Occasional Papers Series - Num.24/2009 (Dicembre 2009)

occpap05-08

Innovazione e autonomia: le parole chiave del settore difesa turco*

Lara Innesti
Dicembre 2009

Ubicata al crocevia startegico tra Europa, Asia, Caucaso e Medio Oriente e dotata dell’esercito coscrittivo più grande in Europa e il secondo più grande tra i paesi NATO, ammontante a un milione di uomini, la Turchia ha iniziato considerevoli riforme delle forze armate allo scopo di ridimensionarne del 20-30% la dimensione complessiva, incrementandone la qualità nell’addestramento, nelle potenzialità tecnologiche e nella professionalità. Le minacce alla sicurezza nazionale, nonché crescenti divergenze all’interno delle strutture europee di sicurezza hanno spinto la Turchia a ricercare una maggiore indipendenza dai mercati stranieri nella fabbricazione di armi.

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Introduzione

Le recenti riforme 
nel settore della difesa sono state avanzate allo scopo di raggiungere una maggiore auto-sufficienza e la capacità di produrre indipendentemente armi high-tech, sperando così di aumentare le esportazioni annue che, a loro volta, finanzierebbero la produzione di armi per far fronte ai bisogni domestici. Dando uno sguardo all’industria domestica di armi si nota infatti che il settore consiste di circa 200 aziende, molte delle quali totalmente o parzialmente di proprietà dello Stato, per un fatturato annuo di 3-4 miliardi di dollari. Il complesso di circa 1.000 subappaltatori turchi cresce di giorno in giorno sotto lo sforzo del governo di coinvolgere nel settore quante più industrie possibile, piccole o medie che siano. Il settore della difesa impiega all’incirca 50.000 persone. Infine, secondo l’Agenzia di approvvigionamento militare nazionale, la spesa annua turca in difesa ammonta ad un totale di 11,3 miliardi di dollari, collocandosi al quinto posto in Europa e al ventesimo nel mondo. Nonostante un certo grado di dinamismo quindi, la Turchia rimane il quarto importatore mondiale di armi.


Il vantaggio italiano

Nella classifica dei fornitori di armi gli alleati di sempre, gli Stati Uniti si piazzano al primo posto, soprattuto grazie alle forniture su larga scala all’aeronautica turca derivanti da accordi con il Pentagono. Ma qualcosa sta cambiando e a sorpresa al secondo posto l’Italia rappresenta una novità. Negli ultimi anni infatti due società italiane hanno raggiunto lucrosi accordi con il governo di Ankara. La società Telespazio, partner della francese Aerospatiale ha siglato un contratto per costruire il primo satellite militare turco, mentre al momento tiene d’occhio possibili progetti futuri per la costruzione di nuovi satelliti, ad uso sia civile che militare. Parallelamente, la joint venture italo-britannica AgustaWestland (di proprietà di Finmeccanica) ha concluso un accordo multi-miliardario (1,6 miliardi di euro) con i Turchi per la produzione congiunta di almeno 50 elicotteri (A129). AgustaWestland compete inoltre con l’americana Sikorsky Aircraft per aggiudicarsi la fornitura di più di 100 elicotteri ad uso sia civile che militare, per un valore complessivo di un milardo di dollari. La società italiana appare favorita agli occhi degli analisti.

In generale infatti, le compagnie statunitensi hanno negli ultimi anni fallito nelle competizioni turche con offerenti multipli. L’ultimo successo risale al 2002, quando Boeing firmò un contratto del valore di 1,6 miliardi di dollari per quattro velivoli di controllo e allarme in volo. L’attuazione del progetto è al momento in ritardo di due anni rispetto a quanto previsto. L’esperienza di Boeing ripete quella di Bell Helicopter Textron Inc., quando nel 2000 la compagnia statunitense si aggiudicò una gara multi-miliardaria per la fornitura di elicotteri d’attacco, ma il contratto non venne mai firmato e l’offerta alla fine ritirata, causa le ripetute contestazioni sui costi e sul trasferimento delle tecnologie. Sebbene sia da tener presente che le corporations Lockheed Martin and Raytheon hanno buone possibilità di vincere sulle rivali russe e cinesi nel dotare la Turchia del suo primo sistema di difesa missilistico (anche in risposta alle minacce rappresentate dai programmi missilistici nei paesi confinanti, come l’Iran), bisogna anche precisare che ancora una volta non si tratta di una vendita commerciale quanto piuttosto di trattative svolte da governo a governo.

In sostanza quindi, le compagnie americane stanno perdendo terreno, limitate dalle rigide leggi statuniensi sulle esportazioni e sulle vendite a Paesi terzi come dalla regolamentazione del trasferimento di know-how tecnologico. E proprio il trasferimento di tecnologia gioca un ruolo di primo piano nel concedere contratti a compagnie straniere, dato che progetti congiunti sono considerati un passo fondamentale nel raggiunere l’auto-sufficienza nella produzione di armi. Al contrario, la maggiore flessibilità delle leggi permette che i produttori italiani offrano condizioni più vantaggiose, inserendosi nel vuoto lasciato dai concorrenti d’oltreoceano. In Turchia infatti, anche se il settore armi è ancora strettamente controllato dallo Stato, l’approvvigionamento è trattato sia da autorità sia civili che militari. Per esempio, istituzioni come il Sottosegretariato per le Industrie di Difesa e la Fondazione Forze Armate Turche hanno più volte fatto ricorso a finanziamenti non rientranti nel bugdet dello Stato, nello sforzo di coordinare le attività delle industrie turche nel settore difesa con le esigenze militari turche al fine di stimolare nuove iniziative e di sviluppre nuove tecnologie. Inoltre, l’Italia rappresenta un alleato soprattutto nell’ambito dell’UE, con governi che hanno sempre sostenuto la candidatura turca a diventarne membro. Come corollario, l’Italia sembra anche disposta a soddisfare i bisogni militari turchi senza immischiarsi in dibattiti storici o politici a proposito di questioni come il presunto genocidio armeno o i diritti della minoranza curda e ciò ovviamente facilita le relazioni commerciali.


Tali minacce, tali bisogni

Le minacce alla sicurezza che la Turchia si trova a fronteggiare non arrivano soltanto dalla travagliata regione Sud-orientale a maggioranza curda, bensì anche da estremisti religiosi, di destra e di sinistra. Tra i gruppi attivi figurano dunque non solo il PKK ma anche altre organizzazioni di stampo terroristico come al-Qaeda o l'Hizbullah turco. Per questo motivo, il programma di armamenti turco è stato pensato per soddisfare le esigenze delle forze armate in due settori principali: quello convenzionale in collaborazione con gli alleati nel quadro della NATO, ma anche quello asimmetrico, individuato in azioni terroristiche, di guerriglia o rivolte della popolazione. Nel fronteggiare le minacce asimmetriche, lavoro di intelligence, pattugliamento e gestione delle informazioni sono identificate come chiavi dei successi militari delle guerre del 21esimo secolo. In particolare, in Turchia, mentre jet da combattimento sono impiegati nell’eliminazione di postazioni mirate, sono gli elicotteri che si sono dimostrati di grande utilità nel trovare, seguire le tracce e attaccare i gruppi di insorti. In quest’ottica si colloca lo sforzo del governo di Ankara di ottenere a tutti i costi una nuova generazione di elicotteri d’attacco, finalmente soddisfatto dagli accordi stipulati con le compagnie italiane.

Tuttavia Ankara punta ugualmente al trasferimento di tecnologia in modo da sviluppare le capacità per iniziare una produzione autonoma. La maturazione di un’industria di armamenti domestica capace di competere al livello internazionale richiede però il potenziamento di una base industriale e tecnologica e proprio per le carenze incontrate da questo punto di vista, le società di approvigionamento turche del settore fino ad oggi hanno sempre ritenuto più conveniente comprare all’estero piuttosto che contare su fornitori nazionali. Inoltre, nel momento in cui la membership dell’Unione Europea sembra un traguardo ancora lontano e le divergenze all’interno delle strutture di sicurezza europee aumentano, il governo di Ankara trova altre motivazioni per ridurre la sua dipendenza dai mercati stranieri. Nonostante il suo ruolo cardine giocato all’interno dell’Alleanza Atlantica dal 1952, come principale deterrente contro l’espansionismo sovietico, ultimamente la Turchia incontra difficoltà di integrazione nelle istituzioni europee e mentre ricopriva un importante ruolo di pianificazione all’interno della Unione dell’Europa Occidentale, ha gradualmente perso parte di questo ruolo nella Politica Europea di Sicurezza e Difesa (PESD). Con il rifiuto di un ruolo decisionale nell’organizzazione, Ankara ha progressivamente inizato a ritirare il suo impegno a fornire soldati alla gruppi combattenti dell’UE, mettendo in discussione il futuro della sua alleanza difensiva con l’Europa. Per risolvere questa carenza, le Forze Armate turche hanno elaborato 11 “Campi di Attività Tecnologica” e 109 “Aree Tecnologiche”, su cui le aziende del complesso militare-industriale turco sono spinte a focalizzarsi per soddisfare al meglio i bisogni nel settore della difesa, nel breve come nel lungo periodo.


Conclusioni

Il tentativo di modificare l’assetto dell’Esercito, come l’apertura verso i fornitori italiani, risponde alla volontà dell’establishment turco di spingere il Paese verso una maggiore indipendenza nel settore delle armi; processo che a sua volta incoraggia riforme politiche, finanziarie ed amministrative che promuovono il ruolo della Turchia di potenza regionale capace di salvaguardare la propria integrità territoriale se minacciata. Innovazione e autonomia sembrano dunque le parole chiave nel futuro dell’industria turca di difesa.





*Le opinioni espresse nel presente saggio rappresentano l'interpretazione dell'autore e non riflettono necessariamente quelle di ICTS.
L'articolo è stato originariamente pubblicato da Equilibri.net
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