Occasional Papers Series - Num.01/2010 (Gennaio 2010)

occpap05-08

La chiusura del Demokratik ve Toplum Partisi:
un’opportunità per rilanciare il processo di riforme*

Luca Bellusci
Gennaio 2010

L’11 dicembre la Corte Costituzionale di Ankara ha decretato, dopo quasi due anni di indagini, la chiusura del partito del Demokratik ve Toplum Partisi (DTP), l’unica vera rappresentanza politica della minoranza curda in Turchia. Nei giorni successivi si sono registrate diverse manifestazioni di protesta contro la decisione e nel sud est turco ci sono stati violenti scontri che hanno fatto salire la tensione sociale. Nell’attuale contesto perciò sembrerebbe tenere banco il movimento delle cosiddette “destre”, da una parte di matrice kemalista, dall’altra curda separatista, che hanno sempre ostacolato le proposte del governo per risolvere la questione legata alla minoranza etnica. Ma la chiusura del DTP potrebbe rilanciare un nuovo processo di riforme.

DTP



Introduzione

La decisione di messa al bando del DTP sembrerebbe mandare in frantumi il progetto di riforme democratiche promosso dal governo Erdoğan ad inizio estate, determinando una polarizzazione nei movimenti politici e della società civile turca. La Corte Costituzionale ha decretato lo scioglimento del partito curdo del DTP accertando l’esistenza di un legame con il gruppo terroristico del PKK, adducendo come motivazione la reale minaccia per l’indipendenza dello Stato. Dopo quasi due anni di indagini perciò, il giudice ha dato ragione al procuratore capo Abdurrahman Yalçınkaya, ma la sentenza cade in un periodo assai delicato per gli equilibri socio-politici della Turchia e non sembra essere una coincidenza, ma una precisa strategia tesa a congelare il processo di riforme.

Appena prima della sentenza, la situazione politica si era già dimostrata alquanto instabile per via delle dure proteste organizzate dal DTP, in risposta alle polemiche riguardanti un'inclusione o meno di Abdullah Ocalan nel processo di apertura democratica, inteso anche verso gli ex membri del PKK. Le polemiche sono iniziate verso novembre, quando una delegazione di pace è entrata in Turchia per dimostrare la piena volontà del gruppo armato a collaborare con il governo turco. Da allora, le tensioni tra il movimento curdo e la destra nazionalista non si sono mai attenuate e il DTP, sotto la guida di Ahmet Türk, ha innescato una pericolosa spirale di proteste che sono culminate, verso i primi di dicembre, con una manifestazione a Diyarbakir in cui perse la vita un giovane studente. Contemporaneamente anche il PKK ha contribuito a far salire la tensione, realizzando efferati attacchi all’indomani della sentenza sul caso DTP che hanno esacerbato il conflitto inter-etnico nella regione anatolica, dando adito alle paure nazionaliste per quanto riguarda un’apertura verso la minoranza curda



Le ripercussioni sulla politica interna


Con la chiusura del DTP, la Corte ha deciso che 37 dei suoi ex membri non potranno svolgere attività politiche per un periodo non inferiore ai 5 anni; tra questi, due sono membri parlamentari ed esattamente il presidente del partito Ahmet Türk e la deputata Aysel Tuğluk. In questo modo il gruppo parlamentare del DTP si riduce a 19 deputati, mentre 20 è il numero necessario per costituire un gruppo in parlamento. Come gesto di solidarietà i rimanenti deputati decisero di ritirarsi dall’incarico, creando un preoccupante vuoto politico all’interno della coalizione dell'AKP, il che prefigurava la spettro delle elezioni anticipate entro tre mesi. Il vice Primo Ministro Bulent Arinç ha svolto un importante ruolo di interlocutore tra governo ed ex deputati, per convincerli a rimanere all’interno della coalizione di governo. C’è da sottolineare inoltre come anche Ocalan abbia sostenuto l’importanza di mantenere una rappresentanza politica riconosciuta in parlamento, in grado di dialogare e portare avanti il processo di riforme democratiche promosse dal governo; una mossa per stemperare gli animi di cui gli va dato merito. La soluzione “tappa buchi” è stata trovata grazie al Partito della Pace e della Democrazia (BDP), creato nel 2008 come gruppo di sostegno alle iniziative del DTP. I 19 deputati hanno accettato di entrare a far parte di questo gruppo e il deputato indipendente Ufuk Uras ha dichiarato di unirsi a loro in segno di solidarietà per poter formare il numero legale necessario alla costituzione di un nuovo gruppo parlamentare. Dietro questo reintegro c’è la chiara strategia di mantenere viva una rappresentanza curda all’interno del Parlamento ma allo stesso tempo eliminare alcuni “esponenti di disturbo”, come lo stesso Ahmet Turk, che stavano minando i fragili equilibri politici, cercando di riabilitare l’immagine pubblica e l’importanza politica di Ocalan, argomento tabù per la politica in Turchia e di cui il partito di Erdogan non è sembrato capace di affrontare con il giusto approccio.

Le attuali tensioni sociali sono tuttavia anche figlie della cattiva gestione di questo processo democratico, che di buone intenzioni ne ha avute molte, ma nei fatti è stato poco concludente, raggiungendo piccoli obiettivi e di scarso impatto sociale. Le cause sono da attribuire allo scarso coinvolgimento del tessuto sociale turco, che avrebbe potuto imprimere un’accelerazione verso riforme più concrete, da un lato, e l’ostruzionismo fatto da partiti dell’opposizione quali MHP e CHP, dall’altro. Secondo Joost Lagendijk, per molti anni Presidente della commissione parlamentare congiunta Turchia-UE e uno dei massimi studiosi della politica turca, tra i maggiori responsabili di questa situazione ci sono proprio i leader dell’opposizione Deniz Baykal e Devlet Bahçeli che: “hanno continuato a gettare benzina sul fuoco, mentre il partito di governo stava cercando di spegnere le fiamme. Hanno usato la classica retorica nazionalista: l’iniziativa curda era pericolosa – avrebbe portato alla distruzione della Repubblica turca”. A questo va aggiunta la cronica lentezza dell'AKP nel cercare di concretizzare il progetto di apertura democratica, annunciato più volte come imminente ma mai presentato e che ha provocato come diretta conseguenza una profonda delusione nelle aspettative della società civile turca.

Ovviamente esistono altre forze, che in maniera parziale o indiretta caldeggiano per una cristallizzazione; il ruolo dell’Esercito sulla questione curda è lo specchio di un clima alquanto ambiguo in Turchia. Il Capo di Stato Maggiore, Generale Başbuğ, ha dichiarato, in un discorso tenuto nella città di Mardin lo scorso settembre, come sia volontà anche dell’Esercito risolvere pacificamente la questione curda  ma ha ribadito come necessaria la resa incondizionata dei militanti del PKK; la dichiarazione si inseriva in un momento molto importante per il processo di riforme promosso dal governo Erdoğan. Alcuni osservatori non hanno visto però un impegno concreto dell’apparato militare turco nel cercare un approccio dialettico per risolvere la questione ma anzi, in alcuni casi, un atteggiamento di ostracismo finalizzato a continuare la guerra contro il PKK, per mantenere un ruolo di primo piano anche nello scenario politico turco.



Conclusioni

La chiusura del DTP è un segnale di come in Turchia ci sia una vita politica multi-polare, stratificata e con interessi spesso contrastanti. Diversi sono gli attori che giocano un ruolo di primo piano nella vita politica turca e mettere d’accordo queste forze non è sempre facile, come dimostra la questione curda che sta evidenziando la fragilità del governo rappresentato dal Partito per la Giustizia e lo Sviluppo nel gestire le varie correnti politiche. Ma un processo di riforme sembra necessario per poter modernizzare tutto il sistema politico amministrativo, alla luce di una futura adesione all’Unione europea, obiettivo che rimane centrale per Erdoğan e che significa necessariamente rivedere alcune parti della Costituzione per adattarla agli standard europei.

Nell’intricato processo democratico e di riforme costituzionali potrebbe perciò non bastare una coalizione formata solo da islamici moderati e rappresentanti curdi, ma cercare un’alleanza con certi esponenti del movimento nazionalista che diano ragione ad un processo di riforme, mettendo come presupposto l’unità della stato turco in modo da non infiammare le destre ultra nazionaliste. Inoltre, indicare la questione curda come il principale tema da affrontare nel processo democratico e di riforme è un errore, poiché limita automaticamente la portata di questo progetto, che nei fatti potrebbe coinvolgere una più ampia porzione della società turca, inserendo ad esempio la comunità alevita nel processo di integrazione delle minoranze, a questo punto non solo etniche ma anche religiose.

Con l’integrazione del BDP sembra poter ricominciare il processo di apertura democratica verso la minoranza curda, ma si deve tenere conto di un generale malcontento all’interno della società civile e questo non può essere risolto solo all’interno del Parlamento, ma deve essere sostenuto da un'azione tout court che  prenda maggiormente in considerazione il ruolo delle associazioni e delle amministrazioni locali per creare una coscienza collettiva più informata e non facilmente influenzabile dalle logiche di partito.





*Le opinioni espresse nel presente saggio rappresentano l'interpretazione dell'autore e non riflettono necessariamente quelle di ICTS.
E’ vietata ogni riproduzione totale o parziale del testo non espressamente autorizzata.





urchinTracker();