Occasional Papers Series - Num.02/2010 (Gennaio 2010)

occpap05-08

Il 2009 "a tutto gas" della Turchia:
Una strategia a 360°*

Andrea Bonzanni
Gennaio 2010

Quello appena concluso è stato un anno estremamente intenso per la politica energetica turca. Nonostante il temporaneo crollo dei consumi dovuto alla crisi economica globale e l’incertezza legislativa sulla riduzione delle emissioni di gas serra che paralizza gli investimenti nel settore energetico, il governo di Ankara è riuscito a firmare numerosi contratti e memorandum of understanding con numerosi partner energetici.

pipe



Un anno intenso

I progressi del consorzio Nabucco, che il 13 luglio ad Ankara è finalmente riuscito a concludere un accordo tra i cinque governi interessati, sono gli unici ad aver attirato l’attenzione della grande stampa internazionale e la presenza di pesi massimi della politica mondiale quali il Presidente della Commissione Europea Josè Manuel Barroso e l’ambasciatore americano Richard Morningstar. Tuttavia, sul piano nazionale rivestono importanza simile il via libera al passaggio del gasdotto South Stream nel settore territoriale turco del Mar Nero e gli ancor meno discussi incontri con l’Emiro del Qatar Hamad bin Khalifa al-Thani (per l’importazione di gas liquefatto e via gasdotto) e il Ministro del Petrolio siriano Sufian al-Alaw (per la Arab Gas Pipeline, che nel 2011 dovrebbe collegare i pozzi off-shore egiziani alla Turchia). Inoltre, Ankara è riuscita a limitare i danni di una complicata disputa sul prezzo delle importazioni dall’Azerbaigian, evitando un radicale riposizionamento verso Mosca del regime di Ilham Aliyev e facendo continuare secondo calendario lo sfruttamento del giacimento dello Shah Deniz.

La serie di accordi ha messo a nudo, per chi nutrisse ancora dei dubbi, la spregiudicata strategia del governo turco in materia di gas naturale. Ankara sembra infatti determinata a ricevere la maggior quantità di gas possibile, indipendentemente dal paese di provenienza. Questa “corsa al gas” è certamente giustificabile da bisogni domestici. Il consumo interno è infatti decuplicato dal 1990 al 2006, spinto verso l’alto sia da un Pil in crescita media annua del 4,5% sia da un aggressivo processo di “gasificazione” dell’approvvigionamento energetico promosso dal colosso nazionalizzato Botaş.

Un ragionamento in puri termini economici non riesce tuttavia a cogliere appieno la strategia turca. È infatti chiaro che il governo guidato da Erdoğan coltiva l’ambizione di divenire presto un ‘hub del gas’, sfruttando la sua posizione geografica con un’accorta politica di rafforzamento diplomatico dei rapporti bilaterali con i vicini paesi produttori di idrocarburi.

I dettagli dell’accordo su South Stream, firmato il 6 agosto ad Ankara e poi confermato il 22 ottobre nel vertice trilaterale a distanza tra Erdoğan, Berlusconi e Putin, sono piuttosto chiari da questo punto di vista. La Turchia ha infatti ottenuto la creazione di un consorzio per la costruzione di un nuovo gasdotto che attraverserà la penisola anatolica e il Mediterraneo per vendere il gas a Cipro e Israele. Inoltre, la Russia ha promesso di fornire assistenza tecnica per la costruzione di centrali nucleari che ridurranno il fabbisogno turco di gas e renderanno possibili ulteriori re-esportazioni. Nella stessa prospettiva va interpretata la determinazione turca, vista con diffidenza dall’Unione Europea, di acquistare 15% del gas che transiterà nel Nabucco per stoccarlo e poi rivenderlo sul profittevole spot-market.

Indubbiamente, le cose sono finora andate nella giusta direzione per la Turchia. La partecipazione sia a Nabucco che a South Stream è già un grande successo diplomatico, soprattutto alla luce della forte animosità tra i due consorzi. Inoltre, nonostante diversi esperti abbiano ripetutamente sottolineato il carattere alternativo delle due pipeline, lo stadio avanzato dei due progetti rende il completamento di entrambi uno scenario realistico. Ciò consentirebbe alla Turchia di ricevere, a partire dal 2015, non meno di 94 miliardi di metri cubi di gas all’anno, ovvero circa un quinto dell’intero consumo dell’Ue nel 2007. La Turchia non sembra però volersi fermare.



Sguardo a est


Il governo di Erdoğan si è anche candidato a diventare la porta di accesso per le importazioni europee di gas dall’Iran. Quest’ultimo ha a lungo sondato diverse alternative per la costruzione di pipeline verso l’Europa e le pressioni dovute a una popolazione in crescita, un’elevata disoccupazione giovanile e un bilancio in forte deficit rendono sempre più impellente la necessità di monetizzare le proprie risorse naturali. Un importante passo in questa direzione è stato compiuto nel 2001 con la costruzione della pipeline Iran-Turchia, che trasporta 30 milioni di metri cubi di gas dalla città nord-orientale di Tabriz in Iran verso Ankara tramite uno swap che coinvolge anche il Turkmenistan. Il potenziale del paese è tuttavia di gran lunga maggiore ed è per questo motivo che il governo turco sta seguendo da vicino i recenti sviluppi della politica interna iraniana, oggetto principale di discussione durante la visita del presidente americano Obama in Turchia. Ankara sta anche cercando, con una strategia a volte rischiosa, di costruire buoni rapporti con l’attuale governo della Repubblica Islamica. Non a caso, Erdoğan è stato il primo capo di governo a congratularsi con il Presidente Ahmadi-Nejad dopo la quantomeno sospetta vittoria elettorale di giugno. In modo analogo, il recente allontanamento da Israele e il miglioramento delle relazioni con la Siria sono almeno in parte giustificati da questa volontà di mantenere cordiali i rapporti con Teheran. I primi risultati di tale politica si sono visti a fine ottobre, quando Erdoğan ha incassato il via libera per un investimento turco di circa $4 miliardi nell’importante giacimento iraniano di South Pars. Nel caso in cui le sanzioni e l’informale veto americano allo sfruttamento del gas iraniano siano sospesi, la Turchia, oltre a rappresentare la più naturale via di transito verso l’Europa, si troverebbe politicamente in una posizione di privilegio per attingere alle più grandi riserve di gas al mondo (l’Iran è infatti secondo solo alla Russia per giacimenti di gas naturale).



Affari per la pace

Perfino i tentativi di riavvicinamento all’Armenia, culminati con lo storico incontro di Zurigo del 10 ottobre, sebbene ufficialmente giustificati dalla politica di “azzeramento dei problema con i vicini” teorizzata dall’abile Ministro degli Esteri Ahmet Davutoğlu, vanno almeno parzialmente letti alla luce degli ultimi sviluppi sul fronte energetico. Erdoğan e l’AKP hanno infatti dimostrato di avere una visione di lungo periodo per il futuro del paese e, dato il prolungato periodo di instabilità politica in Georgia, non vogliono escludere a priori un possibile percorso alternativo per gli idrocarburi del Caspio. Per questa ragione, Erdoğan rifiuta di separare la riconciliazione con il vicino orientale dalla risoluzione del conflitto del Nagorno-Karabakh. Tramite questa condizione, Ankara cerca di non deteriorare in modo decisivo l’asse con Baku e di portare finalmente stabilità nella regione.

Un altro delicato nodo diplomatico in cui le importazioni di gas ricoprono un ruolo fondamentale sono le relazioni con il governo regionale (di fatto indipendente) del Kurdistan iracheno. Dopo aver toccato il punto più basso con lo sconfinamento delle truppe turche nel febbraio 2008, Ankara ha intensificato i rapporti bilaterali e firmato una serie di accordi per la facilitazione di scambi commerciali e cooperazione energetica. In cambio, la Turchia cerca di assicurarsi la collaborazione del governo guidato da Massoud Barzani sulla spinosa questione del PKK, i cui leader hanno spesso trovato nella provincia irachena un rifugio sicuro e una base da cui organizzare le loro attività. Inoltre, le opportunità di profitto economico che la cooperazione energetica offre a diversi settori dell’economia turca (meccanica, finanza, trasporti, servizi e, più nel lungo periodo, beni di consumo) svolgono un ruolo fondamentale nel migliorare l’appeal della politica curda dell’AKP. Nonostante il ventilato contratto per la vendita del gas necessario a rendere il Nabucco operativo sia saltato in luglio per l’opposizione del premier iracheno Nuri al-Maliki, i rapporti con il Kurdistan iracheno si sono ormai solidificati e stanno influendo in maniera decisiva sulla complessa strategia di riappacificazione con la minoranza curda in Turchia. La diffidenza del governo di Baghdad verso la politica irachena del governo Erdoğan è stata poi sensibilmente attenuata in seguito ad una serie di accordi su questioni idriche, terrorismo ed energia siglati il 15 ottobre.


Conclusioni: una politica energetica indipendente

Una diplomazia energetica così complessa e multidirezionale sta creando non pochi grattacapi agli analisti internazionali e ai policymakers occidentali. Per anni l’Europa ha discusso di come la Turchia potesse utilizzare la sua posizione geografica e la costruzione di pipeline come “arma” per facilitare l’ingresso del paese nell’Unione Europea, aumentando la propria rilevanza in termini economici e strategici agli occhi dei più scettici stati membri (alcuni, Germania in primis, fortemente dipendenti dagli approvvigionamenti di gas estero). Analogamente, gli Stati Uniti ritenevano che l’attivismo turco sul Nabucco fosse l’opera di un fedele alleato che condivideva i piani regionali di Washington per sottrarre Asia Centrale e Caucaso al dominio di Mosca e alla crescente influenza cinese. Entrambi si sono dovuti ricredere.

Ankara ha dimostrato indipendenza e determinazione nel perseguimento del proprio interesse nazionale e una capacità di ottenere successi diplomatici su più fronti che giustificano appieno il suo status di leader regionale e media potenza su scala globale, recentemente legittimato dall’inclusione del paese nel G20. Particolarmente interessante è l’utilizzo del gas naturale come pedina di scambio per la risoluzione di conflitti regionali e per la creazione di una constituency interna a favore di politiche altrimenti molto controverse.

Gli sviluppi di questa diplomazia del gas stanno catalizzando riappacificazioni e solidificando buoni rapporti in aree spesso turbolente, portando contemporaneamente verso i mercati internazionali risorse energetiche che beneficeranno, direttamente o indirettamente, tutti i membri dell’Unione Europea e persino gli Stati Uniti. Di ciò l’Occidente dovrebbe soltanto felicitarsi e prestare meno attenzione a false Cassandre che agitano continuamente lo spauracchio dell’islamizzazione del Paese e preferirebbero una Turchia timida e meno proattiva sullo scacchiere internazionale.




*Le opinioni espresse nel presente saggio rappresentano l'interpretazione dell'autore e non riflettono necessariamente quelle di ICTS.
E’ vietata ogni riproduzione totale o parziale del testo non espressamente autorizzata.





urchinTracker();