La politica estera turca ed il
nodo iracheno
Intevista a S.E. Uğur Ziyal,
Ambasciatore della Repubblica di Turchia in Italia
di
Carlo Frappi
Maggio 2007
La Turchia attraversa oggi uno dei
più delicati momenti di transizione della propria storia
repubblicana. Il vivace dibattito politico e l’ampia
partecipazione popolare mostrano un paese in fermento, attento alle
direttrici che la Turchia va perseguendo sul piano interno ed
internazionale.
La crescente instabilità irachena, legata a doppio filo
all’intensificarsi delle attività terroristiche
del Pkk, rappresenta su questo sfondo una delle principali sfide che la
politica estera di Ankara si trova a fronteggiare. Una sfida tanto
più significativa in ragione dei riflessi diretti che essa
ha tanto sulla politica di sicurezza, quanto sui rapporti con i
tradizionali alleati occidentali e partner regionali del Paese.
Carlo Frappi ne ha parlato con S.E. Uğur Ziyal, Ambasciatore della
Repubblica di Turchia in Italia.
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D: In che modo è cambiata la politica estera e
di sicurezza turca in relazione al lancio
dell’operazione Iraqi Freedom nel 2003?
R: Il conflitto in Iraq
ha influenzato notevolmente la politica estera turca.
L’intervento americano ha finito per destabilizzare
l’Iraq che rappresenta oggi non, come ci si aspettava, una
fonte di democrazia e di futuri cambiamenti nella regione, ma piuttosto
una fonte di instabilità e di preoccupazione per tutti gli
attori e le organizzazioni internazionali.
Tutti cerchiamo di ricompattare l’Iraq, ma ciò non
sarà possibile sino a quando non saranno gli iracheni stessi
a volerlo. Quello che stiamo facendo oggi è dunque tentare
di contenere l’instabilità sino a che essi non
riusciranno a trovare tra loro una forma stabile di compromesso,
poiché il vuoto di potere generato dalla caduta del passato
regime è oggi riempito da attori diversi e non statali. Si
sta generando una scenario da incubo al quale la comunità
internazionale deve dare primaria importanza.
Rispetto alla Turchia, non essendo noi stati parte delle operazioni
militari, per un certo periodo non siamo stati neanche coinvolti in
Iraq sul piano politico. La nostre relazioni economiche con il nord
Iraq e con il resto del paese tuttavia continuano: la Turchia ha circa
3 miliardi di dollari di scambi con l’Iraq, il che la rende
uno dei più importanti partner iracheni per il commercio.
Allo stesso tempo, la stabilità politica della regione,
l’integrità territoriale e la stabilizzazione
dell’Iraq hanno per la Turchia un’importanza
primaria. Per perseguire questi obiettivi, abbiamo preso
l’iniziativa dell’organizzazione di conferenze
periodiche tra gli stati confinanti con l’Iraq, adesso
allargate anche ai membri del G8 ed ai restanti membri del Consiglio di
Sicurezza delle Nazioni Unite.
D: Quali sono gli obiettivi della
Turchia rispetto al futuro assetto istituzionale iracheno?
R: La Turchia
rappresenta l’unico stato democratico della regione: per
quanto possa apparire utopistico, vorremmo che l’Iraq
diventasse uno stato democratico e stabile. Dunque per prima cosa che,
all’interno del territorio nazionale, gli iracheni
riuscissero a trovare un accordo su come organizzare il loro Paese.
Vorremmo inoltre che si procedesse verso l’unità
del paese, non verso il suo smembramento. Tutti i gruppi etnici
presenti in Iraq sono responsabili e si devono impegnare in tal senso:
essi devono dimostrare di essere iracheni prima di tutto. In terzo
luogo la situazione di sicurezza deve essere
migliorata.Questi sono i tre aspetti più importanti sui
quali stiamo lavorando tanto con i paesi confinanti, quanto con tutti i
gruppi interni all’Iraq, non solo turcomanni o
sunniti.
D:
Ritiene che le forze della
coalizione oggi presenti in Iraq condividano gli stessi obiettivi?
R: Si, certamente. Gli
obiettivi sono gli stessi, sono i metodi che differiscono. Da parte
nostra, avevamo chiarito, all’inizio
dell’operazione, che tali metodi non avrebbero funzionato,
così come si è verificato.
C’è bisogno di un cambiamento di strategia e
ritengo che il percorso tracciato dalle conferenze rappresenti
un’iniziativa in tal senso.
D:
L’avvio delle
operazioni militari in Iraq è coinciso con la unilaterale
rottura del cessate-il-fuoco proclamato, nel 2000, dalla formazione
terroristica del Partito dei Lavoratori del Kurdistan (Pkk). Qual
è la relazione tra le due problematiche?
R: L’Iraq
è molto importante per la Turchia sotto diversi aspetti. Uno
di questi è quello della sicurezza. In passato il Pkk ha
goduto di safe heavens in un altro paese confinante [la Siria, ndr.]
con il quale la Turchia ha oggi ottime relazioni. Ciò
è molto importante e va tenuto in considerazione. Oggi il
Pkk beneficia di zone franche in nord Iraq, da dove conduce attacchi
terroristici in territorio turco. La responsabilità di
bloccare questi attacchi ricade sugli Sati Uniti come potenza
occupante, sugli iracheni in quanto governo centrale e sui curdi in
quanto governo locale. Essi debbono riprendere il controllo dei
santuari del Pkk, evitare che i terroristi possano organizzarsi ed
onorare gli impegni che hanno assunto nei confronti della
comunità internazionale in generale e della Turchia in
particolare.
Con i leader curdi Barzani e Talabani abbiamo avuto in passato ampie
relazioni ed abbiamo cooperato nel tentativo di combattere il
terrorismo. Se oggi l’Iraq del nord è stabile, lo
si deve all’Operazione Provide Comfort [1991–1996,
ndr.], attivamente sostenuta dalla Turchia. Nel futuro
dell’Iraq non ci dovrà essere spazio per alcun
tipo di terrorismo.
D: Innanzi alla
incapacità delle forze della coalizione e di quelle irachene
di reprimere le attività terroristiche del PKK in territorio
nord-iracheno, esponenti di primo piano dell’esercito e
dell’esecutivo turco hanno ripetutamente minacciato di
intraprendere direttamente iniziative militari oltre confine. Come
bisogna interpretare questo tipo di dichiarazioni?
R: Ogni Stato ha il
diritto di difendersi dalla minaccia del terrorismo, anzitutto
attraverso la via diplomatica. Se questa non dovesse funzionare,
bisogna tuttavia usare la forza, in via legittima e condivisa. Questo
è esattamente il punto in cui ci troviamo. Stiamo tentando
di risolvere il problema attraverso la via diplomatica, attraverso la
persuasione, chiedendo ai leader statunitensi, iracheni e curdi di
assumersi le rispettive responsabilità. Ma alla fine non
potremo stare a guardare mentre si continuano ad ignorare gli attacchi
del Pkk che colpiscono la Turchia e che stanno danneggiando il Paese.
Dobbiamo interromperli.
D: Barzani e
Talabani rappresentano in questa prospettiva interlocutori credibili?
R: Al di là delle azioni concrete od intenzioni, le loro
dichiarazioni non sembrano rispondere allo spirito di quello che
dovrebbe essere un buon rapporto di vicinato tra le due nazioni.
Dichiarano di voler respingere e di non accettare minacce terroristiche
provenienti dai loro territori e dirette verso la Turchia, ma non fanno
nulla per fermarle. In questo caso dovrebbero dunque lasciare questa
responsabilità a chi è in grado di assumerla
direttamente. E’ stato fatto in passato, d’altro
canto.
D:
In una recente intervista,
l’ambasciatore statunitense in Turchia ha accusato gli
alleati di Ankara – con l’eccezione degli Usa
– di non sostenere sufficientemente la lotta della Turchia al
terrorismo di matrice curda. E’ d’accordo?
R: Si. Il Pkk
è un’organizzazione terroristica riconosciuta come
tale dall’Unione europea. I mezzi impiegati nei confronti di
altre organizzazioni terroristiche, non sono tuttavia utilizzati nel
caso del Pkk. Potrà forse andare contro le loro convinzioni
ideologiche, le loro simpatie o contro lo stesso ordine costituito, ma
gli stati europei devono necessariamente confrontarsi con le rispettive
responsabilità e fare di più nella lotta al Pkk,
se sono sinceri nella dichiarata volontà di contrastare il
terrorismo su scala globale.
D:
Il futuro della regione di Kirkuk
è un ulteriore motivo di preoccupazione turca rispetto al
futuro assetto istituzionale iracheno. Potrebbe spiegare il punto di
vista turco a riguardo?
R: La regione di Kirkuk
è un microcosmo della realtà irachena. Vi sono
stanziati tutti i gruppi etnici presenti nel paese ed è
un’area di rilevante produzione petrolifera. Ciò
che accadrà a Kirkuk sarà un esempio di
ciò che potrà accadere nell’intero
paese. Se i curdi, rovesciando la politica del passato regime, ne
utilizzeranno gli stessi metodi, forniranno un pessimo esempio. Essi
hanno sofferto in prima persona ed ora stanno facendo soffrire altre
popolazioni.
Arabi, turcomanni, curdi e gli altri gruppi etnici presenti nella
regione dovrebbero trovare invece un compromesso, dimostrando quale
futuro potrà avere l’intero Iraq. Allo stesso modo
le risorse energetiche irachene appartengono a tutto il Paese e non ad
un singolo gruppo etnico e dovrebbero essere gestite dal governo
centrale a beneficio di tutti.
D: La stampa internazionale tende a
rappresentare uno scontro di potere tra civili e militari sulla
gestione della lotta al Pkk. E’ una visione corretta?
R: Tutto in Turchia
può apparire uno scontro di potere. Certamente, differenti
istituzioni hanno differenti punti di vista e ciò
può essere visto in un molteplicità di
problematiche, non solo nel caso della lotta al Pkk. I militari o i
diplomatici hanno uno specifico punto di vista, ma è al
governo che spetta l’onere delle decisioni. Ed è
questa la situazione attuale in Turchia.
D: Ritiene
che un prossimo probabile governo di coalizione avrà la
forza necessaria per fronteggiare efficacemente la problematica
irachena?
R: Dovrà esserlo, altrimenti sarà fallimentare.
Il prossimo governo, quale che sarà la sua composizione,
dovrà confrontarsi con i problemi del Paese, cercando di
risolverli con metodi moderni – non arcaici – e
guardando al futuro ed alla prosperità del popolo turco. Se
non ci dovesse riuscire, sarà l’elettorato turco,
come nelle ultime elezioni, a sconfessare i partiti di governo. Il
processo democratico in Turchia gode oggi di ottima salute, come
dimostrano le recenti pacifiche manifestazioni di massa.