Intervista
I Curdi e lo stato turco
Intervista al Prof. Metin
Heper, Università "Bilkent", Ankara
Di Halil
Magnus Karaveli *
Novembre 2008
Metin Heper è professore di Scienza
Politica e
Rettore della Facoltà di Economia e Scienze Amministrative e
Sociali presso l’Università
“Bilkent” ad
Ankara, Turchia. Heper ha recentemente pubblicato un libro su come lo
stato turco ha affrontato la questione curda, “The State and Kurds in Turkey
– The question of assimilation”
(Palgrave Macmillan, 2007). Il professor Heper ha condiviso con Halil
Magnus Karaveli, per EWS, le sue opinioni riguardo la questione curda,
la sua
storia e cosa può riservare il futuro.
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D:
Professore Heper, secondo lei, cosa ha costituito le radici del
problema curdo in Turchia?
R:
La maggior parte della letteratura sulla questione curda in Turchia
parte dall’assunto che la radice del problema sia che lo
stato turco abbia tentato di “assimilare” i curdi.
Tale paradigma suggerisce che i curdi siano dunque ricorsi alla
ribellione e che lo stato abbia soppresso queste ribellioni in modo
tale da continuare ad assimilare i curdi.
Coloro
che utilizzano questo paradigma sostengono che lo stato abbia
disconosciuto l’esistenza di una etnia curda e che abbia
tentato di trasformare i cosiddetti “turchi
erranti” in turchi puri. Nel mio libro, mostro come
lo stato di fatto non abbia negato l’esistenza
dell’etnia curda. Quello che lo stato ha fatto è
stato di astenersi da un aperto riconoscimento della realtà
dell’etnia curda – in particolare, durante periodi
di “conflitti”, ossia quando vi fu la ribellione
nell’area curda, in modo specifico negli anni ’20 e
’30. Si sperava che tale politica avrebbe impedito ai curdi
di porre l’accento sulla loro identità secondaria,
cosa che gli avrebbe reso difficile convivere con la loro
identità primaria, ossia il loro essere turchi in
senso generico.
Dopo
tutto, perché i governanti di un paese in cui, per secoli,
genti di differenti fedi ed origine etniche sono stati capaci di vivere
in relativa armonia, deciderebbero un giorno di assimilare uno di
questi popoli, in particolare quello che, comparato ad alcuni altri,
mostra le minori differenze?
D:
Certo, a questo qualcuno potrebbe ribattere che
c’è una differenza tra l’esperienza
dell’Impero ottomano e quella della Repubblica turca. Nella
letteratura, si presume di solito che il percorso repubblicano turco
rappresenti un radicale allontanamento dalla tolleranza etnica che
caratterizzò il periodo ottomano, e i critici della
repubblica ritengono che essa si basi su uno stretto nazionalismo. Ma
lei sembra non vedere alcuna discontinuità basilare tra il
periodo ottomano e quello repubblicano, non è
così?
R:
Vale la pena notare che quando il nazionalismo turco iniziò
ad evolvere all’inizio del ventesimo secolo, i
principali intellettuali turchi non agivano come sostenitori
di opinioni che avrebbero reso i turchi ostili nei confronti del
diverso, sia etnico che religioso. Non c'era ricorso al nazionalismo
esclusivista; permaneva infatti il nostalgia per la comune cittadinanza
ottomana. I Giovani Turchi, per esempio, ponevano enfasi
sull’egualitarismo; il loro turchismo, che si
sviluppò come corollario dell’ottomanismo,
sosteneva la solidarietà, non favoriva alcuna
etnicità turca a dispetto di altre componenti
dell’impero. L’universalizzazione della lingua
turca, una politica che la Repubblica avrebbe perseguito più
radicalmente, fu vista come necessaria per rendere i non-turchi in
grado di partecipare e contribuire alla vita sociale, economica e
politica del paese.
Nella
prospettiva degli ottomani, l’Anatolia era composta da
“curdi e turchi”. I curdi istruiti furono favoriti
per l’occupazione statale a tutti i livelli. Alla fine del
diciannovesimo secolo, ai curdi fu data la priorità
perché fossero integrati con i turchi. Ciò non
cambiò con l’avvento della Repubblica. Infatti,
furono le stesse circostanze che hanno scatenato le rivolte curde
nell’epoca ottomana tarda, a produrle nei primi giorni della
Repubblica: le cause non furono etniche, le rivolte furono causate
dalla minaccia che “l’aumento allarmante della
penetrazione occidentale” rappresentava per l’Islam
e la società tradizionale. Ci furono anche proteste riguardo
alle condizioni socio-economiche e una reazione nei confronti delle
politche accentratrici dello stato ottomano. La stessa storia si ripete
negli anni ’20.
La
leadership repubblicana non si è distaccata dalla tradizione
ottomana; essa non ha cercato di rendere turchi i curdi. Sin
dall’inizio, la parola "turco" non era utilizzata come un
aggettivo; essa rimandava ad un nome generico che denotava una
identità primaria di tutte quelle genti che condividevano
una comune cultura e/o il pensiero di loro stessi come cittadini della
Turchia. Il fondatore della Repubblica, Kemal Atatürk, sperava
di unire turchi e curdi in una piattaforma comune di una
"civiltà contemporanea". Perciò è
stato un nazionalismo civico.
D’altro
canto, Atatürk ha accarezzato l'idea di garantire l'autonomia
dei curdi nell'area sud-orientale; lui e l'intera leadership hanno
cambiato idea dopo aver realizzato che i curdi non vivevano in enclavi
separate, ma erano sparsi in molte zone del paese. Sebbene parlassero
di "civiltà contemporanea", i fondatori erano ben consci del
fatto che l'Islam continuava a costituire una dimensione importante del
sistema di valori e degli atteggiamenti non solo dei curdi, ma anche
dei turchi.
Di
conseguenza, nonostante la Turchia abbia adottato costituzionalmente il
nazionalismo civico, in pratica quel nazionalismo fu per lungo tempo
integrato dal nazionalismo culturale. Tale approccio ovviamente
operò contro i cittadini non-musulmani della Turchia, ma non
contro i curdi. Quindi, l’acculturazione che stava
proseguendo tra turchi e curdi continuò per molti secoli.
Questa storia condivisa significò che i concetti di
assimilazione e accomodamento erano alieni allo stato turco; si
presupponeva che esistesse tra i cittadini musulmani dello stato un
certo grado di omogeneità. Lo stato dunque
considerò i curdi come pure le altre comunità
musulmane di origine etnica non-turca come “cittadini di
prima classe”; nella prospettiva dello stato, la richiesta
dei diritti collettivi ai curdi sarebbe equivalso ad una misura di
discriminazione rispetto ad una parte della popolazione che non
rappresentava una "minoranza", e che era, al contrario, parte
integrante della popolazione.
Infatti,
dal 2004, quando lo stato ha lanciato limitate trasmissioni televisive
in lingua curda, come in altre lingue di diverse etnie, una forma di
disagio si è manifestata tra molti gruppi etnici in Turchia;
questi ultimi hanno manifestato la loro opposizione a tale trasmissione
sostenendo che questa misura esprimesse nei loro confronti una visione
da parte dello stato di “cittadini di seconda
classe”.
D:
È dunque erroneo descrivere la questione curda come una
questione etnica?
R: Dato che
l’assimilazione dei curdi non è stata la
politica ufficiale dello stato repubblicano, la prima ondata di
“conflitti” – le rivolte degli anni
’20 e ’30 – è stata attribuita
ad elementi islamici ed alla complicità straniera. La
seconda ondata, che iniziò con la rivolta del PKK negli anni
’80, fu attribuita alla sinistra radicale. Di conseguenza, le
misure adottate dallo stato per occuparsi dei
“conflitti” sono state anch’esse
non-etniche. In “tempi normali”, lo stato non
avrebbe avuto problemi a garantire ai curdi il diritto
all’espressione culturale, perché non ha negato
l’identità etnica dei suoi cittadini curdi.
Tuttavia, in tempo di conflitto, una politica di non-riconoscimento, se
non di negazione, fu adottata come uno strumento per evitare che
l’identità etnica dei curdi rimpiazzasse la
primaria identità turca in senso generico. Da sempre, almeno
nelle sue sfere dirigenziali, lo stato ha mostrato un simpatetico, se
non compassionevole atteggiamento nei confronti dei curdi, persino
durante il momento più critico dei
“conflitti”. In verità, anche durante i
periodi di “conflitti” non si è
sviluppata una ostlità generalizzata e persistente tra curdi
e turchi.
D:
Ma non vi sono segnali che l’armonia tra turchi e curdi sia
in pericolo? Penso ad esempio agli incidenti che si sono verificati
nella provincia di Balikesir ad inizio ottobre, quando la violenza
è esplosa tra abitanti curdi e turchi. Quell'incidente ha
prodotto innumerevoli commenti da parte dei media che la Turchia
rischia di andare incontro a dinamiche simili a quelle che accaddero
nei Balcani negli anni '90.
R:
Trovo questi commenti estremamente esagerati. È nella natura
dei media drammatizzare oltre misura gli eventi. Non ho alcuna
preoccupazione riguardo al futuro dell’armonia etnica in
Turchia. Turchi e curdi hanno vissuto insieme per secoli; quindi come
abbiamo pensato di separarli? È impossibile. Incidenti come
quelli di Balikesir sono accaduti in passato e, ogni volta, dopo
l’esplosione emotiva, l'incidente è stato
dimenticato rapidamente. Lo stesso succederà questa volta.
Traduzione a cura di Giulia Di
Bernardini
* L'intervista è apparsa
originariamente sul sito web dell'East
West Studies
di Ankara.