Occasional Papers Series - Num.07/2008 (Novembre 2008)

occpap05-08

Il nuovo ruolo regionale della Turchia potrebbe attrarre nuovamente UE e USA*

Stefano Perna
Novembre 2008

L'iter che dovrebbe consentire alla Turchia di ottenere la membership europea sta attraversando una fase di empasse e molti temono che l'istituzione dell'Unione Mediterranea sia stata un ulteriore escamotage voluto dal Presidente Sarkozy per allontanare Ankara da Bruxelles. Inoltre negli ultimi anni gli interessi della Turchia e del suo alleato statunitense non sembrano coincidere come un tempo, quando cioè la penisola anatolica svolgeva il ruolo di avamposto occidentale nel Mediterraneo orientale. In questo contesto la Turchia si sta sforzando di assumere un atteggiamento autonomo nella regione e di stringere nuove relazioni con Paesi quali la Russia, l'Iran e la Siria. Se il processo di integrazione europeo dovesse definitivamente arenarsi e Ankara dovesse allontanarsi ulteriormente dagli USA, potrebbero scaturire delle dinamiche geopolitiche che già da ora destano non poche preoccupazioni nelle cancellerie occidentali.
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Le relazioni con gli Usa e l'UE

L'accesso della Turchia nell'Unione Europea è una questione fortemente dibattuta all'interno dei diversi Governi europei. Questo Paese ha infatti delle caratteristiche (come l'ampiezza del territorio, il numero di abitanti, lo sviluppo economico e quello sociale, la collocazione geopolitica e l'identità religiosa e culturale) che se da una parte possono essere considerate degli elementi di forza per coloro che credono fermamente nei vantaggi di una Turchia europea, dall'altra parte rappresentano degli impedimenti strutturali per chi invece si oppone alla sua membership. Se nel 2005 l'Unione Europea aveva avviato ufficialmente le trattative con Ankara per dare inizio al processo di integrazione, solo un anno più tardi questo slancio è stato bloccato dal rifiuto turco di aprire i propri porti e lo spazio aereo alla Repubblica di Cipro. La questione cipriota è stata la principale causa che ha portato alla sospensione del processo di integrazione, ma in realtà le resistenze europee spaziano da problematiche di ordine politico-economico ad altre di stampo religioso e culturale.

Da tempo infatti è aperto il dibattito sulla partecipazione turca a quelli che vengono definiti i "valori comuni europei", quell'insieme di elementi cioè che dovrebbero inequivocabilmente caratterizzare la cultura e la popolazione europea da qualsiasi altra comunità mondiale. In molti ritengono che l'arretratezza del sistema sociale, il mancato rispetto di alcune libertà fondamentali e la fede religiosa professata nella penisola anatolica si discostino talmente tanto dal carattere comune europeo da non permettere alla Turchia di amalgamarsi agli altri Paesi dell'Unione. A queste motivazioni si aggiungono poi quelle di carattere economico. Sebbene in ripresa, la Turchia rimane ancora ampiamente al di sotto degli standard europei. Ciò comporta che una sua entrata nell'Unione potrebbe indebolire il sistema costruito da Bruxelles. Uno tra i maggiori oppositori all'ingresso di Ankara nell'Unione è sicuramente la Francia, che ultimamente con il Presidente Nicholas Sarkozy e la sua iniziativa di rilanciare la politica europea nel Mediterraneo, ha fatto credere a molti di aver trovato un'alternativa all'ingresso di Ankara nell'Unione.

Parigi ha infatti formalmente invitato la Turchia a prendere parte al progetto di Unione per il Mediterraneo (UPM), lanciato lo scorso 13 luglio nella capitale francese. Questo gesto ha fatto nascere fra molti analisti il sospetto che l'Eliseo avesse trovato nell'UPM l'alternativa strategica per sbarrare definitivamente la strada della membership. Parallelamente all'empasse europea, tuttavia, anche le relazioni tra la Turchia e gli Usa non viaggiano più sugli stessi binari di un tempo. Le scelte di politica estera operate da Washington in Medio Oriente hanno allontanato gli interessi dei due storici alleati. Usa e Turchia ultimamente si confrontano su diverse questioni che spaziano dall'attitudine con cui gestire i rapporti con i gruppi terroristici, come Hamas ed Hezbollah, al tipo di relazioni che dovrebbero essere strette con Siria ed Iran.

Probabilmente però la questione che più delle altre ha infiammato i rapporti turco-statunitensi è stata quella della lotta contro i ribelli curdi del Nord dell'Iraq, organizzati nel partito del PKK. In seguito al rifiuto di Ankara di concedere l'utilizzo delle proprie basi militari per l'invasione statunitense in Iraq nel 2003, Washington si è mostrato sempre più riluttante nel sostenere l'esercito turco nella battaglia contro i guerriglieri del Partito dei Lavoratori del Kurdistan (sebbene Ankara non ne abbia mai chiesto l'aiuto), nonostante questi siano considerati un'organizzazione terroristica sia dagli USA che dall'UE. Questo insieme di situazioni, secondo quanto riportato da alcuni sondaggi di opinione condotti dal Transatlantic Trends, e dal Pew Global Actitudes Project, avrebbe generato un senso di sfiducia tra la popolazione turca nei confronti sia degli Usa che dell'UE.



Un più deciso ruolo regionale della Turchia

Di fronte ad un atteggiamento statunitense incurante degli interessi di Ankara nella questione Curda, ed uno europeo orientato ad ostacolare più che a facilitare la sua integrazione nell'UE, sembrerebbe che la popolazione turca si stia allontanando dalle precedenti posizioni filo-occidentali. Questo stato di cose ha portato diversi analisti a ritenere che la naturale evoluzione di questa situazione potrebbe portare la Turchia a ricercare nuovi alleati tra i Paesi del Vicino Oriente, un'area che oggi rappresenta una pericolosa fonte di destabilizzazione per la penisola anatolica.

Ciò che maggiormente si teme è che Ankara possa stringere accordi ed eventualmente alleanze con stati che stanno voltando le spalle all'Occidente. Gli intensi rapporti commerciali con l'Iran e la Russia, le relazioni con la Siria e il sostegno turco ad Hamas non fanno che confermare queste preoccupazioni. La Turchia da anni infatti sta sviluppando un ruolo autonomo nella regione. Questo trend troverebbe riscontro nello sforzo di mediazione operato nei confronti della Siria, che ha portato quest'ultima a riaffacciarsi sul terreno diplomatico proprio lo scorso 13 luglio a Parigi e a far intravedere la possibilità che possa essere firmata la pace con Israele. L'interesse di Ankara nel far ritrovare a Damasco un ruolo attivo all'interno della Comunità internazionale deriva dal desiderio di contenimento della potenza iraniana. Quest'ultima infatti, facendo leva sui gruppi sciiti presenti all'interno degli altri paesi arabi, sta cercando di espandere la propria influenza in tutta la regione. In risposta la Turchia sta tentando di adottare una strategia denominata "coinvolgimento democratico". Secondo questo disegno politico Ankara vuole sottrarre al paese mediorientale il sostegno delle minoranze sciite residenti negli altri stati, promuovendone lo specifico sentimento di appartenenza nazionale e il rispetto dei diritti di minoranza.

L'obiettivo è quello di strappare a Teheran la sua base popolare senza tuttavia intraprendere azioni provocatorie, in modo da poter portare avanti una reciproca cooperazione. Sia in ambito energetico che militare, infatti, le ultime dichiarazioni rilasciate dal generale Ilker Basbug, comandante delle forze terrestri turche, dimostrerebbero che tra Ankara e Teheran è stato avviato uno scambio di informazioni di intelligence e una fase di coordinamento delle operazioni militari contro il Partito dei Lavoratori del Kurdistan (PKK) ed il suo affiliato iraniano, il partito per la Vita Libera del Kurdistan (PJAK). In seguito alla guerra russo-georgiana della scorsa estate il ruolo della Turchia si è intensificato anche nel Caucaso. Se le relazioni con il Cremlino non hanno mai subito un rallentamento, dato che Mosca è il secondo maggior importatore, dopo la Germania, delle merci turche e la primaria fonte di approvvigionamento energetico, il conflitto dell'agosto 2008 ha spinto Ankara ad intraprendere un importante passo nella regione caucasica, avanzando l'ipotesi di una riapertura delle relazioni con l'Armenia. Con Erevan infatti i rapporti diplomatici sono chiusi sin dai primi anni del '900 a causa del reiterato rifiuto turco di riconoscere nel massacro degli Armeni del 1915, un crimine considerato dalla maggior parte dei paesi occidentali un genocidio. Anche qui l'interesse turco è quello di contenere Teheran, dando vita ad un'iniziativa diplomatica volta a mediare tra Russia, Georgia, Azerbaigian e Armenia.

In ultima istanza degno di nota è il sostegno che la Turchia ha sempre dimostrato nei confronti di Hamas. In questa organizzazione palestinese, Ankara, ha sempre riconosciuto un movimento legittimo con un importante peso politico nel panorama politico, opponendosi quindi sia agli Usa che all'Ue che invece lo hanno inserito nella lista delle organizzazioni terroristiche.




Conclusioni

Secondo recenti sondaggi d'opinione, le difficoltà con cui procede l'iter di integrazione europeo e i disaccordi su alcune misure di politica estera adottate dagli USA in Medio Oriente, hanno fatto crescere fra la popolazione turca un crescente malcontento nei confronti dell'Occidente. In molti temono che questo stato di cose possa portare Ankara a stringere rapporti con Paesi o attori internazionali ostili agli Stati Uniti e a Bruxelles. In realtà il nuovo ruolo che la Turchia si sta ritagliando all'interno dello scenario regionale potrebbe attrarre con maggior forza l'interesse sia del club europeo che di Washington. Ankara si sta infatti facendo strada come importante mediatore internazionale, stringendo accordi anche con Paesi notoriamente nemici di Bruxelles e della Casa Bianca. D'altra parte però gli USA e l'UE continuano ad avere interessi politici e strategici sul Vicino Oriente, soprattutto su questioni economiche e di approvvigionamento energetico. Mantenere stretti legami con Ankara potrebbe quindi rivelarsi una decisione importante non solo nella gestione delle diverse dinamiche diplomatiche regionali, ma anche in quella del settore economico ed energetico. Il territorio anatolico svolge effettivamente un ruolo di ponte per il trasporto degli idrocarburi provenienti dal Caucaso e diretti verso i mercati di sfruttamento occidentali. Sarebbe quindi opportuno che gli attori occidentali dessero un nuovo slancio alle relazioni con Ankara, mettendo da parte questioni di principio e sfruttando i vantaggi che un tale alleato potrebbe apportare nei rispettivi disegni internazionali.





*Le opinioni espresse nel presente saggio rappresentano l'interpretazione dell'autore e non riflettono necessariamente quelle di ICTS.
L'articolo è stato originariamente pubblicato da Equilibri.
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