Occasional Papers Series - Num.02/2009 (Febbraio 2009)

occpap05-08

La nuova amministrazione statunitense e la Turchia *

Matteo Monti
Febbraio 2009

Il presidente statunitense Barack Obama ha deciso di rispettare le tradizioni,scegliendo di inaugurare la sua presidenza con una lunga serie di telefonate in giro per il mondo. Pertanto, nelle scorse settimane i capi di stato dei principali paesi alleati degli USA, sono stati raggiunti telefonicamente dal loro omologo americano.
Non fa eccezione la Turchia:  il presidente Abdullah Gul e il primo ministro Recep Tayyip Erdogan,  si sono intrattenuti telefonicamente con il leader della casa Bianca lo scorso lunedì.
Indubbiamente, gli argomenti di conversazione non sono mancati: il processo di pace in Palestina, l'ingresso della Turchia nell'Unione Europea, il futuro dell'Iraq, il nucleare iraniano.
Questi sono solo alcuni dei tavoli sui quali gli interessi degli Stati Uniti e della Turchia si intrecciano; sembra quindi importante cercare di approfondire gli scenari di questo grande gioco del do ut des medio orientale, focalizzando l’attenzione sui recenti sviluppi e sulle aspettative che i due paesi nutrono l'uno nei confronti dell'altro.

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Il presidente statunitense Barack Obama ha incominciato ufficialmente a esercitare le sue funzioni  il 21 Gennaio 2009, all'indomani dello storico (e un pò sfortunato) giuramento in Campidoglio. Il primo afro-americano a raggiungere la carica di presidente degli Stati Uniti d'America, l'uomo del cambiamento, ha deciso di rispettare le tradizioni,scegliendo di inaugurare la sua presidenza con una lunga serie di telefonate in giro per il mondo. Pertanto, nelle scorse settimane i capi di stato dei principali paesi alleati degli USA, sono stati raggiunti telefonicamente dal loro omologo americano.
Non fa eccezione la Turchia:  il presidente Abdullah Gul e il primo ministro Recep Tayyip Erdogan,  si sono intrattenuti telefonicamente con il leader della casa Bianca lo scorso lunedì.
Il colloquio telefonico è stato molto apprezzato dai vertici di Ankara, che, come si può intuire dalle dichiarazioni rilasciate nei giorni scorsi dalle più alte cariche di governo, nutre una forte simpatia nei confronti della nuova amministrazione a stelle e strisce.
Indubbiamente, gli argomenti di conversazione non sono mancati: il processo di pace in Palestina, l'ingresso della Turchia nell'Unione Europea, il futuro dell'Iraq, il nucleare iraniano.
Questi sono solo alcuni dei tavoli sui quali gli interessi degli Stati Uniti e della Turchia si intrecciano; sembra quindi importante cercare di approfondire gli scenari di questo grande gioco del do ut des medio orientale, focalizzando l’attenzione sui recenti sviluppi e sulle aspettative che i due paesi nutrono l'uno nei confronti dell'altro.


Un mediatore per Gaza.

Ankara sembra pronta a raccogliere i frutti di diversi anni di una diplomazia “ sul filo del rasoio”. La tattica della “profondità strategica”, patrocinata dal consigliere capo per la politica estera di Erdogan, Ahmet Davutoglu, può essere così riassunta: cercando di non allontanarsi troppo dalla storica propensione filo occidentale che ha caratterizzato la politica della Repubblica Turca dal giorno della sua nascita, facendola divenire il riferimento per l'UE o gli USA nella regione, la Turchia deve ritornare a guardare anche verso oriente. Il paese deve cioè riallacciare i rapporti con i paesi, mussulmani  o meno, dell'area. Ed è effettivamente ciò che il paese ha fatto a partire dal 2002, anno dell'arrivo al potere dell'AKP.
Il danno che avrebbe potuto risultare dal trattare con paesi “scomodi” come l'Iran, la Siria o la Russia e addirittura con quelli che in occidente sono considerati movimenti terroristici e non partiti politici (Hamas o Hezbollah per intenderci), non ha però scoraggiato Ankara, che si trova ora nell'invidiabile condizione di essere l'unico mediatore a poter far dialogare Israele, Stati Uniti e UE con Hamas e la Siria.
La nuova amministrazione Obama sembra essersene accorta a Davos: in quella occasione, gli statunitensi  dovettero confrontarsi con il fatto che  le trattative per la firma di un accordo di pace tra Damasco e lo stato israeliano, che erano arrivati ad un buon punto prima dello scoppio delle violenze a Gaza, erano frutto del lavoro diplomatico degli uomini di Babacan.
Come sottolineato da diversi analisti politici d'oltreoceano, e dallo stesso presidente Bashar al-Asad, la trattativa tra Siria e Israele è una delle strade che può condurre alla tanto sospirata pace in Medio Oriente, e il fatto che la Turchia si presenti come un valido mediatore è sicuramente un punto di vantaggio, in grado di aumentarne l'interesse agli occhi dell'occidente.
Sembra quindi naturale che un presidente che durante tutto il corso della lunga campagna elettorale americana non ha perso occasione per sottolineare gli errori del suo predecessore in Medio-Oriente, e che ha come obbiettivo quello di cercare di stabilizzare la regione estinguendo i focolai di conflitto che la devastano da decenni, voglia rafforzare i suoi legami con un alleato importante come la Turchia.
Obama e il suo inviato speciale per il Medio Oriente  George Mitchell sembrano avere capito che la pace in Palestina, chiave di volta della normalizzazione della regione, passa anche per Ankara.


I problemi con l'Iran

Gli Stati Uniti hanno inoltre bisogno di un valido alleato nella regione per affrontare l'annoso problema del nucleare iraniano.
La nuova amministrazione statunitense ha già dichiarato, per bocca del suo presidente di voler  cambiare strategia nei confronti di Teheran; vista la serie di insuccessi raccolti dalla politica dell'isolamento, con la quale l'amministrazione Bush ha cercato, senza troppo successo, di fare terra bruciata intorno al gigante persiano al fine di piegarlo con la forza ad abbandonare il progetto di arricchimento dell'uranio, Washington sembra ora orientata verso una nuova strategia: abbandonando una tattica di blocage degna della  Guerra Fredda, la nuova amministrazione sembra puntare ad  maggior coinvolgimento dell'Iran nel tavolo dei negoziati, cercando di convincerlo ad abbandonare la strada dell'arricchimento dell'uranio attraverso il dialogo. 
Anche in questo caso, sembra che la Turchia possa fare molto comodo ad Obama.
Ankara si trova nuovamente in una posizione tale da poter sfruttare i suoi buoni  legami con Teheran. Illuminante in merito una dichiarazione rilasciata dal presidente del Majlis, (l'Assemblea Iraniana) che ha recentemente ringraziato il presidente Erdogan per l'atteggiamento tenuto sulla questione di Gaza; anche se sarebbe totalmente erroneo e fuorviante parlare di un asse Ankara-Teheran, urge notare che le relazioni tra i due attori siano abbastanza cordiali, soprattutto per merito dell'elevato volume degli scambi economici. Erdogan vede Mahmud Ahmadinejad come un regional peer competitor, come un rival (nel senso che Wendt da al termine), con il quale collabora in alcuni settori (economia, energia, problema curdo...), e con il quale è in competizione in altri.
Lo sviluppo del nucleare da parte dell'Iran è indubbiamente uno di quei settori in cui le visioni e gli interessi dei due paesi sembrano divergere radicalmente. La Turchia infatti non avrebbe alcun interesse a vedere nascere una potenza nucleare ai suoi confini.
Ed è proprio qui che, ancora una volta, gli interessi degli Usa e della Turchia coincidono: un Iran  meglio integrato nella regione potrebbe essere convinto a ritornare su suoi passi anche attraverso Ankara, che potrebbe diventare, nel futuro recente e a seconda degli sviluppi del progetto Nabucco, un punto di passaggio strategico delle esportazioni di gas e di petrolio di Teheran verso l'Europa.


Lotta al terrorismo e Iraq

L'Iraq è stato una della maggiori fonti d'incomprensione tra le amministrazioni Bush ed Erdogan. L'ultima campagna militare irachena è costata al governo capeggiato dal leader del Partito della Giustizia e dello Sviluppo ben più di un'accusa di anti-occidentalismo; basti ricordare le reazioni che seguirono allo storico voto del Parlamento Turco (a maggioranza AKP) del 1 marzo 2003, con il quale lo stesso rifiutava agli USA l'utilizzo delle basi militari turche per colpire il nord dell'Iraq. Reazioni importanti anche a livello economico e militare.
Nonostante le recenti dichiarazioni dell'Ammiraglio Mike Mullen, capo aggiunto dello staff del dipartimento di stato americano, che ha sottolineato come le relazioni tra i servizi segreti e gli eserciti dei due paesi siano state buone negli ultimi decenni, i rapporti USA-Turchia, in particolare in materia di intelligence, sono stati abbastanza tesi negli ultimi anni.
Diversi autori hanno evidenziato che tra il 2003 e il 2007, la lotta contro il terrorismo di matrice curda da parte del governo di Ankara non sia stata concretamente appoggiata da parte di Washington; solo a partire dall'ottobre del 2007, in seguito all'autorizzazione da parte del parlamento iracheno a condurre operazioni militari nel suo territorio le situazione ha incominciato a migliorare leggermente. Bisogna comunque ricordare che Ankara dovette fare enormi pressioni sull'alleato statunitense al fine di ottenere il via libera per effettuare le manovre militari che condussero all'uccisione di 240 militanti del PKK rifugiati in Iraq nel febbraio 2008.
In ogni modo, anche in questo ambito sembra che le relazioni stiano migliorando ulteriormente: ne è la prova il fatto che siano state apportate alcune modifiche ai meccanismi trilaterali (Iraq, Turchia, USA) di regolazione della lotta contro il PKK. In particolare, è stata conferita all'esercito turco una maggiore libertà d'azione e di sconfinamento in territorio iracheno durante operazioni contro il suddetto gruppo terroristico.
Necessità dettata dal fatto che la maggior parte  del territorio montuoso nel nord dell'Iraq, il cosiddetto Kurdistan iracheno, è totalmente fuori dal controllo delle autorità di Baghdad e di Kirkuk, ed è diventato terreno fertile per i campi d'addestramento e per gli insediamenti del PKK. 
Alle difficoltà oggettive di pattugliamento, dettate da ragioni geografiche, si sommano difficoltà legate alla disastrata situazione generale irachena: se il governo centrale sembra ben poco disposto a investire risorse (militari ed economiche) per tentare di arginare il problema, l'atteggiamento del governo regionale è a dir poco ambiguo; il fatto che il governo di Kirkuk non riconosca il PKK come gruppo terroristico, complica ulteriormente le cose. 
Ma il governo Erdogan ha ben più di un motivo per essere ottimista e fiducioso nel nuovo governo Obama: Ankara è convinta che con la partenza dei soldati statunitensi dall'Iraq, la situazione nel paese tornerà pian piano alla normalità, permettendole di reinstaurare un dialogo pacifico con il vicino, e di risolvere questi spinoso problema del terrorismo curdo in maniera definitiva dialogando con uno stato centrale senza più problemi e limiti di sovranità.
E se la nuova amministrazione statunitense adempierà alla promessa realizzata, il ritiro totale delle truppe dovrebbe avvenire entro l'agosto del 2010.
Una notizia importante per la Turchia. Una normalizzazione della situazione irachena infatti le le permetterebbe sia di ritrovare un partner commerciale molto importante per le sue esportazioni, che in passato aveva rappresentato uno dei principali mercati per le sue merci, permettendole di rafforzare la sua economia e diventare più competitiva in vista di un futuro ingresso nell'UE. Inoltre, Ankara riscoprirebbe un valido fornitore di petrolio (ricordiamo che attualmente molti oleodotti tra la Turchia e l'Iraq funzionano a regime ridotto o non funzionano addirittura a causa dei continui sabotaggi che subiscono), permettendole così di impreziosire la sua posizione come punto nevralgico di passaggio di fonti di energia verso il vecchio continente.


L'ingresso nell'UE

L'ingresso nell'Unione Europea è una degli obbiettivi dichiarati dell'amministrazione Erdogan. A partire dal 2003, data dell'accettazione della candidatura turca all'ingresso come membro a pieno titolo dell'Unione Europea, si può dire che la  Turchia, seppur a corrente alterna, abbia  spinto sull'acceleratore delle riforme in campo tanto economico quanto legislativo-costituzionale per andare incontro alle esigenti richieste dell'UE.
Senza dilungarsi troppo sui mutui vantaggi che i due attori potrebbero trarre dall'operazione, basti sottolineare che grazie all'ingresso della Turchia come membro ufficiale del grande progetto europeo, l'UE potrebbe scollarsi di dosso l'etichetta di “circolo cristiano” che gli viene abitualmente affibbiata dai suoi contestatori, aumentando così la sua credibilità come mediatore nel Medio Oriente e migliorando le relazioni con i paesi arabi.
Inoltre, in questo modo la Turchia potrebbe assurgere a modello per gli stati mussulmani dell'area, mostrando come sia possibile far convivere tradizioni secolari e islamiche.
Questo obbiettivo di Anakara, che era già stato sposato dall'amministrazione Bush, sembra essere rilevante   anche per il nuovo governo americano, che potrà impegnarsi  a riguardo esercitando il suo peso politico su quei governi più turco-scettici(vedi Sarkozy e Merkel), evidenziando i benefici diplomatici insiti nella partnership e evitando al contempo di prendere parte in dibattiti complicati e controversi come quello sul massacro armeno.


Conclusioni

Un'idea più precisa dell'atteggiamento che l'amministrazione del giovane presidente americano intende adottare nei confronti della Turchia ce la potremo fare – prima ancora che in occasione della prossima visita ad Ankara nel neo-Segretario di Stato Clinton –  il 2 aprile, quando a Londra avrà luogo la riunione del G20. In quell'occasione Recep Tayyip Erdogan e Barack Obama avranno modo di incontrarsi faccia a faccia e di chiarificare i possibili scenari futuri delle relazioni bilaterali tra i due paesi.
Per il momento, sembra importante sottolineare come nel quadro di una nuova  politica mediorientale statunitense di pacificazione della regione, la repubblica turca rappresenterebbe un'alleato prezioso.
Se, come mostrano i sondaggi effettuatati negli ultimi mesi, la popolarità degli Stati Uniti nel mondo arabo è fortemente aumentata dopo la nomina del nuovo presidente afro-americano, l'amministrazione Obama  potrebbe approfittarne, iniziando ad applicare la nuova  politica mediorientale teorizzata nei mesi scorsi. Si tratterebbe di incominciare “a dividere il fardello” della pacificazione della regione medio orientale con i paesi della regione, responsabilizzandoli e dando a ciascuno il giusto peso sul tavolo delle trattative.
Sembra quindi superfluo sottolineare il ruolo centrale che un valido mediatore con salde relazioni con l'occidente, come la Turchia ha dimostrato di essere durante il corso della sua storia, possa svolgere in uno scenario del genere. 








*Le opinioni espresse nel presente saggio rappresentano l'interpretazione dell'autore e non riflettono necessariamente quelle di ICTS.
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