Occasional Papers Series - Num.04/2009 (Marzo 2009)

occpap05-08

Il ruolo ambivalente della Turchia come ponte tra l’occidente ed il mondo musulmano *

Kemal Kaya e Halil M. Karaveli
Marzo 2009


Secondo una concezione tradizionale in Europa e negli Stati Uniti, la Turchia rappresenta “un ponte” tra il mondo musulmano e l’Occidente ed è stato un affidabile alleato occidentale per mezzo secolo. Tuttavia, da un punto di vista occidentale, recenti sviluppi hanno destato  preoccupazioni riguardo alle direzione presa dal Paese. Resta da verificare se l’amministrazione del Presidente Barack Obama sarà in grado di rinnovare l’alleanza turco-statunitense, incrinatasi dal 2003, o se piuttosto gli sviluppi in Turchia porteranno ad una situazione radicalmente nuova.
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LO SCENARIO

La recente visita del Segretario di Stato statunitense e l’annucio che il Presidente Barack Obama si recherà in visita in Turchia in aprile, sottolinea l’importanza accordata alla Turchia da parte di Washington all’interno del nuovo quadro di politica estera che l’amministarzione sta elaborando. È previsto che il Presidente Obama partecipi alla conferenza del dialogo interculturale, una iniziativa di Turchia e Spagna, che si terrà ad Istanbul il 6 e 7 aprile. Il luogo scelto, in cui Europa ed Asia si incontrano, è ovviamente simbolico. Infatti, i commentatori turchi ipotizzano che il Presidente Obama abbia scelto Istanbul come luogo in cui tenere il tanto atteso messaggio al mondo musulmano. Sebbene ci sia poco che suggerisca che queste speranze turche saranno soddisfatte, non c’è tuttaia dubbio che la Turchia è percepita dal Stati Uniti come un potenziale intermediario utile nel momento in cui predispone una nuova politica nei confronti dell’Iran, dei Talebani, della Siria e della questione palestinese. In teoria, le relazioni che la Turchia ha coltivato con i vicini paesi musulmani
durante il governo dell’AKP, la cosiddetta “profondità strategica”, rendono la percezione credibile.

Eppure, il modo in cui il governo turco è stato diretto durante gli scorsi mesi ha inevitabilmente generato dubbi riguardo al ruolo della Turchia come reale risorsa occidentale, o piuttosto come parte del problema – del radicalismo islamico – che gli Stati Uniti stanno tentando di affrontare con una nuova e sfaccettata strategia di battaglia diplomatica. L’ormai famigerata sessione di Davos, durante la quale il Primo Ministro turco Recep Tayyip Erdogan, dopo aver attaccato il Presidente israeliano Shimon Peres, ha abbandonato il palco, e la retorica anti-israeliana che è stata portata avanti da Erdogan durante e dopo il conflitto di Gaza, ha scosso le relazioni turco-israeliane. Ciò nonostante,  in una recente dichiarazione congiunta, il Ministro degli Esteri turco ed il suo omologo israeliano hanno sottolineato che i rapporti tra Turchia e Israele rimangono fermamente saldi e radicati in interessi condivisi. Secondo un’ interpretazione, stimolare i sentimenti anti-israeliani ha  avuto
il solo obiettivo di mobilitare sostegni all’AKP in vista delle prossime elezioni locali. Dunque, la reale strategia rimarrebbe presumibilmente inalterata al di sotto della retorica politica di facciata destinata principalmente all’interno. Eppure, anche una tale spiegazione racchiude in sè implicazioni inquietanti, dal momento che, giustamente, presuppone che esista un potenziale anti-israeliano ed anti-ebraico che può essere mobilitato a scopi politici.

Alla fine di questo processo, l’opinione pubblica turca è stata trascinata verso una linea sempre più anti-occidentale, aggiungendo un connotato anti-israeliano ai sentimenti anti-statunitesi ed anti-europei già esistenti. Molte agenzie turistiche israeliane hanno cancellato i loro viaggi anatolici, preoccupati della situazione in Turchia.



IMPLICAZIONI

Mentre il governo turco cerca apparenentemente di attenuare la retorica anti-israeliana più accesa e di ricostruire le relazioni con Tel Aviv, un meeting che ha riunito i rappresentanti di organizzazioni islamiche radicali del Medio Oriente che si è recentemenete tenuto ad Istanbul, ha mandato un messaggio di tipo del tutto differente. Nonostante il meeting fosse chiuso ai media, ad eccezione della stampa islamista turca che non ne ha tuttavia dato notizia, un inviato della BBC che è riuscito ad essere accreditato ha riportato che la riunione si è conclusa con una chiamata al jihad contro Israele. Sebbene il meeting non abbia coinvolto funzionari turchi, la scelta di Istanbul per la chiamata al jihad rappresenta un segnale eloquente e preoccupante. È la più chiara indicazione del fatto che la retorica del governo turco sta incorraggiando gli islamisti a guardare alla Turchia come per lo meno ad un tacito sostenitore della loro causa. In ogni caso è difficile immaginare che un tale incontro possa aver avuto luogo senza la conoscenza, e dunque la tacita approvazione, delle autorità tuche. Il meeting jihadista di Istanbul è un segnale che, con la globalizzazione, il movimento islamista internazionale è ora più collegato che in passato. Legami organici si sono infatti sviluppati tra molte delle organizzazioni.

Tanto la riunione jihadista di Istanbul quanto la reazione di Erdogan a Davos e la sua posizione anti-israeliana inviano segnali inequivocabili allo scenario nazionale turco ed al mondo musulmano. Le riunioni ed i commenti in favore di Erdogan e della Turchia all’interno dei paesi arabi ed in Iran mostrano che il messaggio è stato ricevuto. L’atteggiamento di Erdogan ha tuttavia destato preoccupazioni nelle capitali arabe. La dichiarazione della Lega Araba che la questione palestinese è una questione araba e che il negativo coinvolgimento di nazioni non arabe sia inaccettabile, è un segnale di questa preoccupazione. Infatti, così come i diplomatici occidentali in Turchia sono giunti  a considerare i kemalisti secolaristi come non rappresentativi della popolazione turca, allo stesso modo gli islamico-conservatori della Turchia considerano i governanti del Medio Oriente musulmano. Di conseguenza, la responsabilità di inviare messaggi diretti alle popolazioni oppresse è stata assunta dall’AKP, mentre vengono mantenuti gli ordinari rapporti bilaterali tra stato e stato. E’ degno di nota che i paesi arabi siano in cima alla lista dei paesi più frequentamente visitati dai deputati dell’AKP e dagli alti livelli della burocrazia nazionale. Non è irragionevole che l’amministrazione statunitese conti di poter beneficiare dei legami che la Turchia ha intessuto nel Medio Oriente. Tuttavia, la base  delle relazioni turco-statunitensi è incerta. La Turchia agirà come alleato degli Stati Uniti condividendone l’impostazione ideologica rispetto al  radicalismo islamico? O piuttosto rappresenterà un intermediario più incline a mostrarsi solidale nei confronti di quei paesi rispetto ai quali Washington cerca una nuova strategia, nella speranza di esercitare su di essi una influenza moderatrice? Benchè il programma nucleare iraniano rappresenti una potenziale minaccia anche alla sicurezza della Turchia, e benchè l’equilibrio geopolitico nelle regione potrebbe essere inevitabilmente modificato a scapito della Turchia se l’Iran proseguisse con il nucleare, il governo dell’AKP non ha tuttavia sino ad oggi sostenuto gli Stati Uniti sulla questione. Infatti, il Primo Ministro Erdogan si è spinto tanto oltre da difendere il diritto dell’Iran di acquisire la bomba. Ciò può essere facilmente interpretato come espressione di una preferenza ideologica nei confronti della Repubblica islamica.  A ciò si può inoltre aggiungere che gli sviluppi dell’ultimo decennio hanno allontanato anche le Forze Aramate turche dall’occidente, con una crescente influenza delle visioni eurasianistiche. In sintesi, non è inverosimile concludere che il sostegno all’allineamento della Turchia all’occidente stia abbandonando l’establishment statale.


CONCLUSIONI

I partner statunitensi e europei della Turchia dovranno tenere in conto la fragilità della sponda occidentale del ponte che deve collegare lo spazio islamico e l’occidente. In effetti, sembra ci sia una sempre maggiore consapevolezza da parte dell’amministrazione statunitense della necessità di tornare ad alimentare la componente filo-occidentale dell’identità turca. Il Segretario di Stato statunitense Hillary Clinton si è discostata dal linguaggio dell’amministrazione Bush, sottolineando il carattere secolare e democratico della Turchia, invece che porre l’accento, come di consueto, sulla connotazione islamico-moderata del Paese. La Clinton si è inoltre discostata dal protocollo quando ha reso omaggio alla memoria di Kemal Ataturk visitando il mausoleo a lui dedicato. Il simbolismo dei commenti e delle azioni della Clinton non sono passate inosservate all’opinione pubblica turca.

Mentre i commentatori laicisti si rallegrano in generale innanzi a ciò che interpretano come una riaffermazione dell’impegno ideologico statunitense rispetto al secolarismo turco, i commentatori islamico-conservatori e filo-governativi hanno invece scelto di interpretare la visita di Hillary Clinton e la visita prevista del Presidente Barack Obama come espressioni della deferenza americana verso la Turchia come un attore chiave della politica medio-orientale.

Dalla prospettiva islamico-conservatrice, gli Stati Uniti sembrerebbero giustificare le recenti prese di posizione del Primo Ministro Recep Tayyip Erdogan. I commentatori filo-governativi si rallegrano, sottolineando che la Turchia, contrariamente alle fosche previsioni sottese alle critiche dei laicisti, non è bersaglio di critiche occidentali per le posizioni prese contro Israele rispetto alla crisi di Gaza e per gli atti di solidarietà con Hamas. Le prospettive dei laicisti e degli islamico-conservatori sono esemplari nella loro divergenza. Per i primi, Hillary Clinton ha gettato le basi del rinnovamento del legame ideologico tra Stati Uniti e Turchia, con un intervento dell’amministrazione statunitense a protezione del secolarismo. Per gli islamico-conservatori, la relazione è opposta, con gli Stati Uniti in una posizione di – supposta – dipendenza rispetto alla Turchia per la realizzazione dei propri obiettivi di politica estera nel Medio e Vicno Oriente.

La metafora del “ponte” è, per sua natura, ambivalente. Non fa riferimento in sé alla naturale funzione di collegamento, benchè la concezione statunitense ed europea la consideri come fattore di trasmissione di moderazione, se non dei valori occidentali. Per  gli islamico-conservatori al potere in Turchia, essere frapposti tra occidente e mondo musulmano porta con sé, in primo luogo, il proprio rafforzamento. La politica estera del governo dell’AKP non suggerisce tuttavia che si tratti del tipo di potere che gli islamico-conservatori turchi metteranno necessariamente al servizio degli interessi statunitensi ed occidentali.







*Le opinioni espresse nel presente saggio rappresentano l'interpretazione dell'autore e non riflettono necessariamente quelle di ICTS.
L'editoriale è stato originariamente pubblicato da East West Studies, Ankara.
Traduzione a cura di Giulia Di Bernardini
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