Occasional Papers Series - Num.06/2009 (Aprile 2009)

occpap05-08

La visita di Obama in Turchia e il rilancio della partnership turco-statunitense*

Simone Comi
Aprile 2009

La visita di Barack Obama ad Istanbul ha rilanciato alcuni dei temi fondamentali nelle relazioni tra gli Stati Uniti e la Turchia. La questione irachena ed il ruolo di Ankara come mediatore nella risoluzione dei conflitti regionali sono i temi rispetto a cui è apparsa più chiaramente la volontà del neo eletto Presidente statunitense di rivedere le linee guida delle relazioni con Ankara. L’attuale amministrazione Democratica considera infatti la Turchia un attore fondamentale con cui doversi confrontare per le questioni riguardanti il Medio Oriente e i rapporti con i paesi islamici moderati. Le dichiarazioni di Barack Obama rispetto alla possibile adesione della Turchia all’Unione Europea sarebbero da leggersi come segnale tangibile della volontà della Casa Bianca di rivalutare i rapporti con Ankara affinché questa possa favorire un riavvicinamento tra gli Stati Uniti ed il mondo islamico. Alle tensioni crescenti che hanno caratterizzato gli ultimi anni della presidenza di George W. Bush potrebbe quindi seguire un periodo di intense relazioni tra l’attuale amministrazione democratica ed il riconfermato premier Recep Tayyip Erdogan.

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Introduzione

Deterioratesi negli ultimi anni a causa dei contrasti creatisi con l’amministrazione Repubblicana guidata da George W.Bush i rapporti tra Washington ed Ankara potrebbero sensibilmente migliorare grazie al nuovo approccio alla politica estera inaugurato da Barack Obama nel corso dei primi incontri ufficiali. Nel corso della visita ad Istanbul a seguito del vertice NATO di Strasburgo-Kell il Presidente statunitense ha precisato che il paese, ponte geostrategico e culturale tra l’Occidente di matrice cristiana ed il Medio Oriente islamico, sarà un alleato fondamentale per la stabilizzazione dell’area. Washington intende avvalersi della mediazione turca per far avanzare il programma di riavvicinamento tra Israele e l’Autorità Palestinese verso la soluzione dei due Stati e Barack Obama si è detto inoltre pronto a lavorare con il Governo di Ankara affinché l’Iraq diventi un paese sicuro, libero dai terroristi di Al-Qaida e del PKK. Le future relazioni tra i due paesi sembrano andare verso cambiamenti importanti, anche se, come ha sottolineato lo stesso Presidente Obama, sarà fondamentale che la Turchia mantenga in futuro un atteggiamento responsabile nel perseguire il riavvicinamento con l’Armenia.


Il fronte mediorientale: la stabilizzazione irachena e la lotta al terrorismo

Giunto in Turchia con il preciso obiettivo di rilanciare le relazioni tra Washington ed Ankara, in crisi negli ultimi anni per via delle crescenti tensioni con la presidenza Bush, Barack Obama ha definito il paese guidato da Recep Tayyip Erdogan un alleato cruciale per gli Stati Uniti, con cui la nuova amministrazione Democratica dovrà lavorare per vincere alcune delle sfide lasciate in eredità dal passato governo Repubblicano.

Presentando al Parlamento di Ankara la nuova politica estera statunitense per la regione mediorientale Barack Obama ha espresso chiaramente la speranza di vedere la Turchia impegnarsi in prima linea nei negoziati tra Israele e Palestina per la pacificazione dell’area in modo che si possa giungere al più presto alla soluzione dei due Stati. Il Presidente statunitense ha poi sottolineato che è interesse comune di Washington ed Ankara lavorare di comune accordo per giungere al più presto alla definitiva normalizzazione della situazione in Iraq, paese in cui le truppe statunitensi sembrano incontrare nuove difficoltà e che la Turchia considera il rifugio naturale dei militanti curdi del PKK. Il riavvicinamento ad Ankara sembra essere uno dei tasselli fondamentali per comporre il nuovo corso della politica estera statunitense che tanto ha portato in termini di appeal a Barack Obama durante la campagna elettorale per le presidenziali e che ha poi permesso al neo eletto Presidente di accumulare credito diplomatico da poter spendere nelle relazioni con i paesi storicamente alleati di Washington e ancor più con quelli considerati ostili dalla precedente amministrazione Repubblicana. In questo senso già al vertice NATO di Strasburgo Barack Obama ha personalmente garantito la validità della candidatura di Anders Fogh Rasmussen, ex premier danese eletto Segretario dell’Alleanza Atlantica, affinché si potesse superare l’impasse creata dal veto posto da Ankara.

Le trattative riguardanti la questione hanno rivelato la volontà della Casa Bianca di voler superare le divisioni con i propri alleati badando a quelli che sono gli interessi di entrambi gli attori coinvolti, situazione difficile da ritrovare nei recenti trascorsi con l’amministrazione Bush. Anche nelle dichiarazioni rilasciate ad Istanbul riguardanti la futura collaborazione tra i due paesi, che porterà probabilmente ad uno sforzo comune per la definitiva normalizzazione della situazione irachena, è apparso chiaro il progetto della Casa Bianca di fare di Ankara un alleato di primo piano per le questioni riguardanti l’area mediorientale. A tal proposito Barack Obama ha dichiarato che l’esecutivo statunitense e quello turco dovranno impegnarsi insieme per poter liberare l’Iraq dalle cellule terroristiche che ancora rendono politicamente instabile il paese. Nelle dichiarazioni ufficiali il Presidente statunitense ha equiparato il PKK ad Al-Qaida e ha al contempo assicurato il pieno appoggio al Governo di Ankara nella lotta al terrorismo, chiaro segnale della volontà della Casa Bianca di sostenere eventuali iniziative turche rispetto ad uno dei temi più delicati per l’esecutivo guidato da Erdogan non solo a livello nazionale ma ancor più negli incontri diplomatici internazionali. Definire come obiettivo comune di Stati Uniti e Turchia l’eliminazione della minaccia terroristica proveniente dall’Iraq significa inoltre voler allargare ad Ankara, almeno nelle intenzioni, la gestione di questioni fondamentali per la stabilizzazione della regione come le relazioni con le diverse fazioni curde insediate nel nord dell’Iraq che controllano le riserve petrolifere della zona di Kirkuk. Non sarebbe quindi da escludersi a priori la possibilità che la collaborazione tra i due paesi si delinei operativamente in un maggior sostegno all’esecutivo di Baghdad affinché questo abbia le risorse, politiche e non, per garantire l’unità del paese. La Turchia potrebbe inoltre supportare il Governo iracheno nell’opera di controllo e gestione dei territori di confine nel nord del paese, assicurando un miglior pattugliamento dell’area ostacolando così le attività transfrontaliere delle organizzazioni criminali o terroristiche. Al contempo Washington ed Ankara potrebbero lavorare di comune accordo per esercitare forti pressioni sulle comunità curde nel nord del paese, in modo da ridurre le possibilità di attrito tra le richieste provenienti dalle fazioni che controllano la zona di Kirkuk e quanto l’esecutivo guidato da Nuri Al-Maliki è effettivamente disposto a concedere per non mettere in pericolo l’unità della neonata nazione irachena.

Non bisogna dimenticare inoltre la possibilità che la Turchia diventi per gli Stati Uniti un interlocutore capace di favorire il riavvicinamento tra Washington e Teheran. La cooperazione tra Turchia ed Iran in materia di sicurezza, in campo commerciale e nel settore energetico potrebbe infatti favorire un’eventuale candidatura di Ankara per ricoprire il prezioso ruolo di mediatore tra le parti. Questo consentirebbe al Governo Erdogan di acquisire un maggior peso politico nella partnership con gli Stati Uniti e di porre un freno alle ambizioni iraniane in campo nucleare. Washington vedrebbe probabilmente con favore la Turchia nel ruolo di potenza egemone a livello regionale, capace quindi di utilizzare il proprio soft power per esercitare una funzione di controllo in grado di sventare ulteriori crisi politiche in una zona già caratterizzata da instabilità diffusa. Molto dipenderà da come si svilupperanno le eventuali relazioni bilaterali tra Stati Uniti ed Iran ma non è da escludersi la possibilità che la Casa Bianca ed il Dipartimento di Stato decidano di sviluppare i rapporti con la Turchia proprio in questo senso: considerando cioè l’esecutivo turco un alleato fondamentale in grado di poter gestire alcune delle questioni più rilevanti per la stabilità della regione mediorientale.



Il fronte europeo: la Turchia nell’UE, un vantaggio per gli Stati Uniti?

Nel corso delle dichiarazioni rilasciate durante la visita ad Istanbul Barack Obama ha definito la Turchia “una parte importante per il futuro dell’Europa”. Le parole del Presidente statunitense potrebbero essere lette come un chiaro segnale rivolto agli alleati dell’Unione Europea della volontà statunitense di vedere Ankara sempre più inserita nell’orbita UE fino a che non sarà completato il processo di integrazione comunitario. Parigi e Berlino si sono dichiarate contrarie ad una rapida integrazione turca nell’Unione Europea adducendo come motivazioni questioni legate alla posizione geografica, il premier francese Nicolas Sarkozy considera infatti la Turchia un paese asiatico, o perplessità legate alla forma di integrazione, il cancelliere tedesco Angela Merkel preferirebbe una special partnership piuttosto che un’integrazione vera e propria. L’entrata della Turchia nella comunità europea è invece vista con favore dalla Casa Bianca perché costituirebbe in primis un chiaro esempio per tutti gli Stati a matrice islamica di come l’Occidente sia in grado di rispettare e anzi accogliere nelle sue istituzioni fondamentali un paese legato storicamente e culturalmente alla religione musulmana. Al contempo l’ingresso di Ankara nelle sedi decisionali UE consentirebbe a Washington di poter contare su un alleato affidabile e con un peso politico-economico consistente, in grado di rinforzare il fronte filostatunitense all’interno dell’Unione e di mettere così in crisi il gruppo dei paesi eurocentrici guidati da Francia e Germania.

Non è da escludersi a priori la possibilità che Barack Obama torni ancora ad auspicare un rapido ingresso della Turchia in Europa, ma si dovranno probabilmente attendere i risultati dei colloqui in corso con l’Armenia e i probabili cambiamenti che ne seguiranno affinché questa possibilità possa costituirsi come qualcosa di più serio che una mera speranza da parte della Casa Bianca. Ancorare la Turchia all’Europa sembra essere un obiettivo abbastanza importante per l’attuale amministrazione statunitense e non è da ritenersi improbabile la possibilità che Barack Obama decida di forzare le relazioni con Francia e Germania pur di vedere il paese guidato da Recep Tayyip Erdogan ancor più legato all’Europa.



Il fronte caucasico: l’irrisolta questione dei rapporti tra Ankara ed Erevan

Ancora irrisolta e fonte di attriti nel recente passato delle relazioni tra Washington ed Ankara resta la questione armena. Bloccata col veto presidenziale nel gennaio del 2007 la risoluzione 106 approvata dal Congresso statunitense a maggioranza democratica, in cui si definiva genocidio quanto successo dal 1915 al 1923, la discussione rispetto alla questione non sembra ancora essersi conclusa.

Potenti lobby e gruppi di pressione hanno cercato nel corso dell’ultimo anno, incrementando la loro azione durante la campagna elettorale per le presidenziali e alla vigilia della visita di Barack Obama in Turchia, di riportare all’attenzione del Congresso la possibilità di votare una risoluzione in cui il massacro degli armeni è equiparato all’Olocausto o ai genocidi cambogiano e ruandese. Le associazioni armene si sono infatti compattate nel supporto alla risoluzione del Congresso contro i genocidi e l’Armenian National Committee of America (ANCA) si è fatto promotore presso la Commissione del Senato statunitense di una lettera in cui si ricorda la piena entrata degli Stati Uniti nella Convenzione sui crimini di genocidio e l’implementazione della stessa avvenuta con la risoluzione 307 in cui viene esplicitamente ricordato il massacro armeno. L’ANCA ha quindi lanciato una campagna di sensibilizzazione affinché la Casa Bianca dichiari “genocidio” quanto successo nel 1915. Le azioni di lobbyng dell’Armenian National Committee of America sono state contrastate dalle richieste di oltre una cinquantina di associazioni di cittadini di origine turca, secondo cui l’accettare come ufficiale la versione armena dell’accaduto potrebbe non solo portare ad un congelamento delle relazioni con il Governo di Ankara ma vorrebbe dire inoltre ignorare quanto sostenuto da fonti storiche di origine mediorientale, scelta che potrebbe creare ulteriori problemi all’amministrazione statunitense. Lo scontro fra lobby e gruppi di pressione è andato crescendo d’intensità negli ultimi mesi e dal giorno del giuramento le diverse associazioni cercano di esercitare pressioni sempre più forti sui Rappresentanti e Senatori del Congresso.

Al momento sia il Congresso che la Casa Bianca sembrano mantenere una certa equidistanza dalla problematica. Nel discorso al Parlamento turco Barack Obama ha affrontato il tema adottando come esempio la questione degli Indiani d’America e auspicando che i due paesi riescano a costruire un percorso comune per elaborare quanto successo in modo onesto, aperto e costruttivo. Il Presidente statunitense ha poi riservato un plauso al Governo Erdogan ed al Presidente Gul per la decisione di tentare un riavvicinamento diplomatico all’Armenia, che potrebbe portare ad una coesistenza pacifica. Barack Obama non ha mai pronunciato il termine genocidio e al momento pare impossibile l’eventualità che il Congresso decida di appoggiare una qualsivoglia risoluzione attestante la definizione armena della vicenda. E’ infatti improbabile che un Congresso a maggioranza Democratica possa mettere in difficoltà un Presidente rappresentante dello stesso Partito, diversamente da quanto successo in precedenza. Nel 2007 la maggioranza Democratica decise di votare la risoluzione 106 più per mettere in imbarazzo l’amministrazione Repubblicana guidata da George W. Bush rispetto alla questione armena che non per reale convinzione politica.

A supporto di questa tesi sembra essere anche la lettera inviata da alcuni membri del Congresso al Presidente turco Abdullah Gul e a quello armeno Serz Sargsyan. Nella lettera i Rappresentanti statunitensi auspicano un futuro di pace, prosperità e sicurezza per i due paesi e per la regione caucasica ed esprimono il loro apprezzamento per quanto fin qui fatto dai due governi per dar vita ad un riavvicinamento in grado di sanare una situazione difficile. La sensazione è che il Congresso e la Casa Bianca vogliano congelare la questione e supportare i negoziati in corso tra i due paesi per poter evitare di prendere una posizione chiara sulla questione. Le lobby armene negli Stati Uniti non sono solo ben strutturate ma sembrano avere un rilevante peso politico e la capacità di mettere sotto pressione i Rappresentanti e i Senatori, la Casa Bianca non può però permettersi ora ostacoli o ancor peggio battute d’arresto sul percorso di riavvicinamento al Governo di Ankara. Per questo non sarebbe da escludersi a priori la possibilità che sia stata decisa una linea d’azione unitaria all’interno del Partito Democratico affinché i membri del Congresso riescano a filtrare e disperdere le richieste delle associazioni armeno-statunitensi neutralizzando qualsiasi istanza proposta.

Non bisogna dimenticare inoltre che la Turchia e gli Stati Uniti condividono un profondo interesse per lo sviluppo e la realizzazione di progetti infrastrutturali che rendano possibile il trasporto degli idrocarburi al di fuori della regione del Mar Caspio e dell’Asia Centrale che non ricadano sotto il diretto controllo della Russia. Il riavvicinamento tra Washington ed Ankara consentirebbe probabilmente alla Casa Bianca di scalfire le relazioni politiche ed economiche che la Turchia intrattiene con la Russia, consolidatesi nel corso degli ultimi anni. La penetrazione dell’influenza statunitense nel Caucaso potrebbe quindi trovare in Ankara un punto di passaggio agevolato da interessi comuni nel campo delle risorse energetiche consentendo al contempo di mettere in crisi i progetti russi di fare del Caucaso una regione sotto il controllo completo di Mosca. 
 



Conclusioni

Le relazioni tra Washington ed Ankara sembrano procedere sulla strada di un riavvicinamento voluto e cercato dalla nuova amministrazione statunitense ma che potrebbe rivelarsi ugualmente importante per l’esecutivo turco. Il nuovo approccio alla politica estera voluto dal Presidente Barack Obama potrebbe portare in breve tempo ad un nuovo corso nelle relazioni tra i due paesi, che si trovebbero così a condividere politiche e programmi con obiettivi comuni volti a favorire la risoluzione di alcune questioni fondamentali per la sicurezza di entrambi gli attori e di conseguenza la stabilità dell’intera regione. La Casa Bianca potrebbe considerare il governo guidato da Recep Tayyip Erdogan un valido alleato a sostegno dell’impegno statunitense: dalla stabilizzazione dell’Iraq allo sviluppo del programma di pace israelo-palestinese sono molteplici gli ambiti in cui Washington potrebbe cercare l’intervento di Ankara. A fronte di quanto presentato precedentemente la Turchia potrebbe quindi ricoprire il ruolo di partner privilegiato della Casa Bianca per le relazioni con il Medio Oriente ed il Caucaso, situazione che lascerebbe probabilmente ad Ankara la possibilità di rafforzare la propria leadership a livello regionale.

Definita “parte importante per il futuro dell’Europa” la Turchia potrebbe presto ritrovarsi al centro di un contenzioso che la riguarda solo marginalmente ma che, nel caso di forti attriti tra Washington e l’asse Parigi-Berlino, potrebbe rallentare il processo di integrazione di Ankara nella comunità europea. Probabilmente Washington tenterà ancora di esercitare velate pressioni affinché il paese guidato da Erdogan venga ancorato in maniera definitiva all’Occidente, così da evitare eventuali derive verso il mondo islamico tradizionalista e la possibilità di un avvicinamento a Teheran nel caso in cui questa si impegnasse a garantire la stabilità della regione e ad ostacolare la proliferazione del nucleare in Medio Oriente. Un eventuale risultato positivo dei negoziati in corso con l’Armenia ed il procedere del processo di elaborazione di quanto successo ormai quasi un secolo fa potrebbe sbloccare alcune questioni importanti per il futuro della Turchia oltre a consentire un ulteriore avvicinamento a Washington. Al momento sia la Casa Bianca che il Congresso lodano l’impegno dei due paesi per trovare una soluzione condivisa della questione ed è facile prevedere che la rottura dei negoziati da parte turca costituirebbe un grosso ostacolo al rafforzamento delle relazioni con gli Stati Uniti.

Per il momento l’amministrazione democratica ha deciso di concedere ampio credito al Governo turco e di rilanciare le relazioni tra i due paesi anche per l’impegno profuso da Ankara nel tentare un riavvicinamento con Erevan, ma non è da escludersi a priori la possibilità che la situazione cambi radicalmente in caso di abbandono dei negoziati. Sarebbe a quel punto difficile per la Casa Bianca sostenere l’esecutivo turco senza non incorrere in pericolosi accostamenti con quanto deciso dalla precedente amministrazione Repubblicana, situazione che a Washington cercheranno di evitare con ogni mezzo possibile.









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