Occasional Papers Series - Num.13/2009 (Luglio 2009)

occpap05-08

Unione Europea: la sfida Nabucco-South Stream tra realtà e ideologia*

Nicolò Sartori
Luglio 2009

Come recentemente confermato dal commissario europeo all'energia Andris Piebalgs, il 13 luglio ad Ankara verrà firmato l'accordo intergovernativo tra la Turchia ed i paesi europei partner nel progetto per il gasdotto Nabucco. La firma dell'accordo, che non sarà sottoscritto dalla Commissione europea presente al summit turco soltanto in qualità di osservatore, potrebbe rappresentare uno spartiacque fondamentale per il futuro del gasdotto. Infatti, se la cerimonia di Ankara dovesse dare vita ad un'intesa al ribasso, il destino di Nabucco (e delle velleità di diversificazione europea) potrebbe considerarsi quasi definitivamente segnato. Nel caso in cui, invece, durante il meeting turco le parti dovessero raggiungere forti sinergie, si tratterebbe di un passo fondamentale in un percorso che resta tuttavia impervio e carico di incognite.
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La guerra delle pipeline

L'incognita principale, agli occhi dell'opinione pubblica e di buona parte dell'establishment europeo, è legata alla competizione geopolitica intrinseca tra Nabucco ed il suo principale rivale strategico South Stream. A quasi due mesi dal vertice di Sochi, che il 15 maggio scorso che ha dato il via libera definitivo all'implementazione del gasdotto italo-russo, il summit di Ankara riporta all'attenzione dell'opinione pubblica la sfida (presunta o reale) che caratterizza il futuro delle due pipeline trans-europee. Due pipeline figlie di storie diametralmente opposte, ma accomunate da un unico, principale obiettivo strategico: la diversificazione energetica.

Il passato (per non parlare del presente e del futuro) di Nabucco è stato alquanto problematico. Alla base dell'idea del gasdotto vi è un obiettivo strategico di diversificazione delle fonti di approvvigionamento, ed in particolare la volontà politica di ridurre la dipendenza energetica europea dall'importazione di risorse provenienti dalla Russia. Il fine principale di Nabucco è dunque quello di portare in Europa gas proveniente dall’Asia Centrale e dal Medio Oriente, passando attraverso la Turchia e i Balcani e eludendo le ramificate infrastrutture gestite da Mosca. Figlio dell'idea paneuropea di una strategia energetica comune, il progetto non ha saputo tuttavia avvantaggiarsi dell'appoggio americano, rimanendo di fatto vittima dei divergenti interessi nazionali dei membri dell'Unione. Dal 2002, anno dei primi negoziati multilaterali tra i paesi partner e della firma dell'Accordo di Cooperazione, ad oggi, l'implementazione del progetto ha subito numerose battute d'arresto attribuibili a limiti di natura politica, economica e tecnica.

La storia di South Stream è sicuramente meno complicata. Annunciato nel giugno 2007 al momento della firma del Memorandum of Understanding tra Gazprom ed ENI, in breve tempo il progetto ha preso forma e la sua realizzazione non è praticamente mai stata messa in discussione. Forte della leadership politica ed economica di una Russia rinvigorita da anni di prezzi petroliferi alle stelle, e dell'abile partnership di ENI, il consorzio South Stream ha saputo far leva sulle divisioni interne europee e sulle debolezze intrinseche di Nabucco per guadagnarsi il sostegno dei partner balcanici, essenziali per il trasporto del gas russo direttamente nel cuore del continente. Alla base del progetto South Stream, cosi come per Nabucco, vi è la necessità di diversificazione energetica. Una diversificazione delle vie di transito, differente da quella europea che è orientata ad ampliare le fonti di approvvigionamento, ma che si rende sempre più necessaria per Mosca per garantirsi un'effettiva indipendenza energetica.



Eludere il territorio ucraino

Ebbene si, anche la Russia soffre di un problema di dipendenza energetica. Un problema che viene spesso sottostimato dall’opinione pubblica europea, sempre solerte a questionare sulla credibilità di Mosca come fornitore di gas e petrolio, ma che raramente considera le condizioni strutturali che vincolano l'esportazione di risorse energetiche da parte di Gazprom e delle altre compagnie russe. Questo non significa assolutamente che tutte le decisioni prese dal Cremlino e dai fidati oligopoli del settore energetico siano frutto di costrizione e vincoli esterni; tuttavia, è necessario prendere atto che, diversamente da quanto si tende a percepire in Europa, le scelte russe sono guidate anche da giudizi razionali di natura economica e non soltanto da velleità di ricatto politico.
Il far transitare il gas destinato ai mercati europei attraverso il territorio ucraino comporta notevoli costi economici per la Russia. Fino a pochi giorni fa Kiev aveva un debito con Mosca di circa un miliardo di euro per il gas consegnato nel 2008; considerando gli interessi sui pagamenti arretrati tale debito ucraino saliva fino a raggiungere quasi i 2 miliardi di euro. A ciò va aggiunto che Naftogaz, la compagnia ucraina che importa e gestisce il transito dalla Russia, da tempo acquista gas russo pagandolo ben al di sotto dei prezzi di mercato: a inizio anno Kiev ha rifiutato la proposta di Gazprom per la vendita di carburante a 250 dollari per mille metri cubi, quando in Europa la compagnia russa vende a circa il doppio del prezzo. Oltre all’aspetto economico, va inoltre considerato l’immenso potenziale di ricatto a disposizione di Kiev. Attraverso l’Ucraina passa ben l’80% dei rifornimenti di gas russo diretti in Europa: questo permette al governo ucraino di inserirsi scaltramente tra le parti, mantenendo alto il livello di tensione tra Mosca e i partner europei e lavorando ad un doppio gioco bilaterale fatto di richieste economiche (tre miliardi di euro chiesti all’UE) e pressioni politiche.

Partendo da questi presupposti, limitarsi a considerare il progetto South Stream un tentativo russo di soffocare le velleità di diversificazione energetica dei paesi europei, oltre ad essere strategicamente miope, rischia di essere altrettanto fuorviante. Bypassando il territorio ucraino, il nuovo gasdotto dovrebbe garantire ai paesi europei innanzitutto forniture di gas più sicure, e svincolate dagli umori e ricatti politici di Kiev. Una volta che South Stream sarà operativo, il gas potrà essere trasportato direttamente dal territorio russo a quello bulgaro (e quindi europeo) senza dover passare attraverso stati terzi: in questa situazione Gazprom non avrà più alibi per giustificare eventuali difficoltà nelle consegne di gas, e sarà quindi direttamente responsabile di fronte ai partner europei. Chi invece dovrebbe realmente temere per la costruzione di South Stream è l’Ucraina, che a causa della sua condotta inaffidabile su transito e pagamenti rischia di perdere qualsiasi potere negoziale nei confronti sia della Russia che dell’Unione europea. A questo punto Kiev rischierebbe di essere strangolata politicamente ed economicamente da Mosca: ma se questo dovesse coincidere con una maggiore sicurezza energetica per l’Europa, dopo un'analisi pragmatica della situazione non sarebbero in molti a lamentarsene. 


Nabucco e l'Iran

Dopo aver esaminato l’auspicabilità poltico-economica di South Stream, è importante capire perché tale gasdotto non possa essere effettivamente considerato un primario competitor di Nabucco. Qui, ci vengono in aiuto logica e geografia: il gas pompato in Europa da South Stream sarà per la maggior parte russo, con quote crescenti di combustibile turkmeno che presumibilmente verranno riorientate dal mercato ucraino a quelli europei. Considerando il percorso di Nabucco, le infrastrutture, e le risorse energetiche effettivamente disponibili nella regione, è evidente che l'unico teatro di competizione tra Russia e Unione europea potrebbe essere l'Azerbaijan. Negli ultimi tempi Gazprom sembra aver rafforzato il suo ascendente su SOCAR, la società energetica statale di Baku; tuttavia, considerate le riserve di gas, gli attuali livelli di produzione ed i continui ritardi nello sviluppo del giacimento di Shah Deniz II, l’Azerbaijan non può rappresentare l’obiettivo di una competizione di così ampia portata.
Nabucco potrebbe, in caso, ottenere parte del suo gas dal Turkmenistan. Anche in questo caso, si presentano una serie di problemi non indifferenti. Il primo: quale quantità di gas si potrebbe ottenere da Ashgabat? Al momento si parla di 10 miliardi di metri cubi annui; se così fosse, si tratterebbe di una quantità irrisoria rispetto alle necessità ed aspettative europee. Il secondo: come trasportare il gas turkmeno fino in Turchia? Qui le risposte plausibili sarebbero due: in assenza della più volte prospettata Trans-Caspian Pipeline, solo attraverso Russia ed Iran. Ed entrambe presentano delle significative incognite. Ciò che emerge, qualsiasi siano le risposte, è che esse hanno poco a che vedere con la costruzione di South Stream. Infatti, con o senza il nuovo gasdotto russo, le difficoltà a riempire di gas i condotti di Nabucco sarebbero più o meno le stesse.

Partendo da questo presupposto, appare evidente che se si vuole parlare di reale diversificazione delle forniture il discorso non può prescindere dal coinvolgere Teheran. L'obiettivo delle strategie energetiche europee, infatti, non può essere che l'Iran: da un lato come paese di transito (dando per scontate le ormai croniche difficoltà nella costruzione della Trans Caspian Pipeline) per l'eventuale gas residuo proveniente da Turkmenistan, Uzbekistan e Kazakhstan, ma soprattutto come fonte primaria di idrocarburi. Tuttavia, instaurare una partnership credibile con la Repubblica Islamica è tutt’altro che semplice: dal punto di vista politico gli ostacoli sono davanti agli occhi di tutti, ma anche dal punto di vista economico e tecnico, lo sviluppo del potenziale energetico iraniano rappresenterebbe una sfida notevole. Innanzitutto sarebbero necessari grandi investimenti infrastrutturali, per innervare il nord del paese con le pipeline necessarie, in modo da collegare i grandi giacimenti meridionali con i gasdotti turchi. In secondo luogo andrebbero garantiti ingenti trasferimenti di tecnologia, per far si che vaste riserve iraniane (le seconde al mondo) possano essere sfruttate pienamente. Visti i recenti sviluppi della politica interna iraniana, tuttavia, entrambi questi ambiziosi propositi sembrano essere alquanto lontani.

Per quanto riguarda le relazioni tra Tehran e Stati europei, e molto più che nel caso di South Stream, la Russia ha forti interessi geostrategici nell’ostacolare un sostanziale riavvicinamento tra le parti. Di fatto, nel caso in cui l’Iran dovesse intraprendere un processo di stabilizzazione e riforma moderata, l’apertura dei mercati energetici iraniani verso occidente rappresenterebbe una delicata sfida al rapporto energetico privilegiato che lega Mosca ai partner europei. Negli ultimi anni il Cremino ha lavorato abilmente per ostacolare la stabilizzazione e la riabilitazione internazionale della Repubblica Islamica (sostegno al progetto nucleare in primis). Nel caso in cui Teheran dovesse rientrare a pieno titolo sulla scena internazionale, Nabucco diventerà fondamentale per le strategie europee di diversificazione energetica; tuttavia, finché gli ultraconservatori rimarranno al potere, l’Europa dovrà accontentarsi di evitare l’Ucraina, e avere accesso diretto alle risorse di Gazprom e soci.


Conclusioni   

Da quando il progetto South Stream è stato presentato pubblicamente, è praticamente impossibile fare riferimento alle sue vicende senza prendere in considerazione quelle che saranno le ripercussioni sul futuro di Nabucco e delle strategie europee di diversificazione energetica. Tuttavia, troppo spesso queste considerazioni sono viziate da assunti ideologici, piuttosto che da pragmatiche valutazioni dei costi-benefici. Seppur con forti ripercussioni dal punto di vista politico, le scelte energetiche rimangono fortemente condizionate da interessi economici. Interessi economici, insieme e a volte ancor prima di quelli politici, hanno spinto Gazprom ad inventarsi una via d’accesso diretta ai mercati europei. Le mosse della compagnia russa, in attesa di un cenno da Teheran, mettono però oggettivamente in luce le debolezze del Nabucco, soprattutto la lentezza europea nel farlo procedere. Il 13 luglio prossimo, in assenza di una svolta, per il progetto europeo potrebbe iniziare il declino.





*Le opinioni espresse nel presente saggio rappresentano l'interpretazione dell'autore e non riflettono necessariamente quelle di ICTS.
L'articolo è stato originariamente pubblicato da Equilibri.net
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