Occasional Papers Series - Num.12/2009 (Giugno 2009)

occpap05-08

I commenti internazionali alla visita di Obama in Turchia *

Sebastiano Sali
Giugno 2009

La visita del neo Presidente degli Stati Uniti d’America, Barack Hussein Obama, in Turchia agli inizi dello scorso aprile, ha rappresentato uno dei momenti più delicati ed importanti del breve corso della nuova amministrazione. Molte infatti erano le aspettative nei confronti di tale viaggio, così come numerose le sue potenziali ricadute su delicate questioni regionali. 
Intento dell'articolo è di raccogliere e dar conto dei commenti riportati alla fine del viaggio di Obama in Turchia dai principali centri di ricerca internazionali, per cercare di capire come essi abbiano interpretato le parole ed i gesti del presidente statunitense.
 
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Introduzione

La visita del neo Presidente degli Stati Uniti d’America, Barack Hussein Obama, in Turchia agli inizi dello scorso aprile, ha sicuramente rappresentato uno dei momenti più delicati ed importanti del breve corso della nuova amministrazione. Molte infatti erano le aspettative, nutrite da parte turca, americana e anche dalla comunità internazionale nel suo complesso, nei confronti di tale viaggio; così come numerose sono le sue potenziali ricadute su argomenti delicati e in attuale fase di stallo, se non addirittura di crisi, come lo stesso rapporto tra Stati Uniti e Turchia, il processo di adesione della Turchia all’Unione Europea, il rapporto tra il mondo occidentale e quello musulmano.

Il viaggio del Presidente Obama, ed il suo discorso di fronte al Parlamento turco, è già stato ampiamente illustrato da Simone Comi con un interessante articolo pubblicato su questo sito (1). L’intento di questo scritto è di integrarne il contenuto, raccogliendo quelli che sono stati i commenti riportati alla fine del viaggio di Obama in Turchia, per cercare di capire come i maggiori esperti internazionali hanno interpretato le parole ed i gesti del presidente americano.


Le aspettative della vigilia

La visita di un capo di stato, in particolar modo se si tratta del presidente degli Stati Uniti, è anticipata da lunghi preparativi di carattere politico: la visita di Obama in Turchia non ha fatto eccezione. In marzo infatti, cioè circa un mese prima della sua visita, Obama ha nominato un nuovo inviato speciale per il Medio Oriente, l’esperto diplomatico di lunga data, George Michelle. In Turchia, visti i positivi trascorsi di Michelle nel 2002, tale nomina era stata subito interpretata come la sincera intenzione della nuova amministrazione di volere risolvere il conflitto Israele-Palestinese. Tuttavia, dopo che Michelle ha annunciato che durante il suo tour medio-orientale avrebbe parlato soltanto con i rappresentanti di Fatah nella West-Bank e non con quelli di Hamas nella striscia di Gaza, l’ottimismo iniziale ha subito un forte declino(2), riffaermando l potenziale ruolo turco di mediatore e facilitatore del dialogo con Hamas.

Per quanto riguarda la Turchia in particolare, Plein Turgut sottolinea l’importanza del messaggio che Michelle avrebbe dovuto riportare al suo presidente in vista dell’imminente viaggio ad Ankara; ovvero, secondo Turgut, aiutare la Turchia a ridare slancio al suo processo d’integrazione europea, di democratizzazione del paese e di soluzione del problema curdo. Ciò anche in virtù della circostanza che l’impasse che regna in un’Europa  concentrata sui suoi problemi interni e incapace di delineare il proprio futuro, rende più importante per la Turchia ricucire i rapporti con Washington(3).

Con queste anticipazioni quindi la Turchia si è preparata all’importante visita istituzionale. Le speranze che questo avvenimento comportasse un significativo miglioramento dei rapporti tra i due paesi, seppur attenuato dalle apparenti difformità di vedute sui dialoghi di pace nei Territori Occupati, rimangono comunque elevate.

Prima di tutto perché anche soltanto la scelta del periodo, rimarcava l’importanza con la quale il nuovo presidente teneva in considerazione lo storico alleato turco: mai nessun altro presidente statunitense infatti aveva fissato una visita ad Ankara così presto una volta assunto il mandato presidenziale. Già un primo indizio dunque che lasciava ben sperare(4). Questo ha bilanciato lo scetticismo col quale alcuni alti circoli turchi avevano accolto l’elezione di un presidente democratico, sicuramente meno incline a basare i legami con la Turchia su questione relative alla sicurezza di quanto non potesse essere incline un’amministrazione repubblicana. La decisione di Obama sta ad indicare quindi un’azione pragmatica in politica estera che potrebbe sciogliere anche i dubbi ideologici dell’establishment militare.

Inoltre, al contrario di quanto fatto dal suo predecessore George Walker Bush e dalla sua dottrina dell’attacco preventivo,  che tanta disapprovazione nei suoi confronti avevo diffuso tra la popolazione del Paese, Obama si è dimostrato da subito incline ad un maggiore dialogo con gli alleati, disponibile ad una maggiore concertazione sui temi più delicati, come il ritiro delle truppe americane dall’Iraq, la progressiva chiusura delle carceri di Guantanamo, l’apertura dei dialoghi con l’Iran. Tuttavia questo potrebbe non bastare, visto che i sondaggi rivelavano come la Turchia fosse uno dei paesi europei con il tasso di apprezzamento nei confronti degli Stati Uniti e della loro politica estera tra i più bassi in assoluto(5).


I commenti degli analisti

Venendo ai due giorni di visita istituzionale di aprile, non c’è bisogno di soffermarsi troppo sul discorso di Obama di fronte alla Grand National Turkish Assembly, e nemmeno a quello che il presidente ha lasciato scritto sul libro degli ospiti del mausoleo di Ataturk ad Ankara, visto che sono già stati ampiamente descritti da praticamente tutta la stampa internazionale e locale.

Più interessanti sono i commenti di vari analisti, non solo americani, che per quanto possano differenziarsi tra loro, partono tutti da un comune riconoscimento: aver fissato la tappa ad Ankara immediatamente dopo il tour europeo è stato unanimemente interpretato come un messaggio che indica la Turchia come un paese fortemente legato all’Occidente ed all’Europa in particolare. Come ha giustamente tenuto a sottolineare Omer Taspinar, direttore del Turkish Project del Brookings Institute, “il simbolismo della visita sarebbe stato molto differente se Obama avesse deciso di recarsi ad Ankara dopo essere stato al Cairo, ad Amman, a Beirut, a Tel Aviv e a Riyad”(6). Non a caso, pur avendo parlato ad una nazione per la stragrande maggioranza musulmana, Obama aveva chiarito fin da prima della sua partenza per Ankara, che non sarebbe stato quello il suo, tanto atteso, messaggio all’Islam. Un’indicazione dunque, quella rivolta alla Turchia, difficilmente equivocabile.

Altra nota comune è rappresentata da un filo di ottimismo e speranza sulla sistematizzazione della questioni regionali, mitigato però dalle posizioni ancora caute degli stessi analisti sulle possibili evoluzioni future. Zeyno Baran, direttore del Center for Eurasian Pollicy dell’Hudson Institute, ha ritenuto la vista di Obama decisamente positiva, dato che a suo dire il presidente ha reso “ancora una volta umana l’America, […] non più spaventata di interagire con gli altri attori internazionali su di un piano di parità”(7). Questo naturalmente non può che avere aumentato le speranze dei turchi di raggiungere con minori difficoltà una sistemazione della polveriera medio-orientale in un minore lasso di tempo.

Altro aspetto di fondamentale importanza deriva dal riferimento di Obama alla Turchia come democrazia secolare. Concordando con Baran, Soner Cagaptay, direttore del Turkish Research Program del Washington Institute for Near East Policy, ha aggiunto che questa definizione nasconde una spinta implicita alla Turchia verso l’accesso all’Unione Europea, definita da Cagaptay proprio come “un bisogno per il paese”(8). In questo modo Obama ha fissato l’Europa e la sua tradizione democratica e liberale come il metro di riferimento anche di Washington, e non più solo di Bruxelles, per valutare i progressi interni dello stato turco.

Sempre Cagaptay pone l’accento su di un punto molto importante nei rapporti tra Stati Uniti e Turchia. Egli sostiene infatti che Obama abbia fatto chiarezza sulla confusione portata dall’11 settembre relativamente all’identità della Turchia e del suo popolo. Come se inserire Ankara come tappa successiva al suo tour europeo non fosse sufficiente, Obama ha detto chiaramente che la Turchia appartiene all’Occidente, un paese musulmano occidentale, e non è un paese musulmano del mondo musulmano. Per Obama, tale diversità non può che essere un arricchimento per l’Europa.

Non tutti i commenti però, come anticipato, sono stati positivi e all’insegna dell’ottimismo. Svante Cornell, direttore di ricerca dell’Istituto per l’Asia Centrale ed il Caucaso della Scuola di Studi Internazionali Avanzati, ha indicato come negativo che Obama non abbia messo in guardia la Turchia dalle “tendenze autoritarie del governo dell’AKP e dal continuo peggioramento delle condizioni delle donne in Turchia”(9). Cornell lamenta anche il fatto che Obama non abbia fatto nessuna menzione delle difficoltà in cui versano gli organi di stampa nel paese, dell’atteggiamento del governo nei loro confronti, e dei finanziamenti pubblici tagliati al più grande gruppo editoriale vicino all’opposizione moderata. Altro errore strategico da parte di Obama è stato, secondo Cornell, di non affrontare il tema energetico, nel quale la Turchia gioca il ruolo di importante corridoio, e dove i rapporti tra Washington ed Ankara nella regione del Caspio “sarebbero potuti essere enfatizzati in maniera più esplicita”(10).

Restando sempre nell’area, Obama ha menzionato molto velocemente l’importanza del ruolo turco per la risoluzione del conflitto nel Nagorno-Karabahk, che passa attraverso la normalizzazione dei rapporti con l’Armenia. A questo proposito, lo stesso Taspinar che si era espresso positivamente su altri temi, rimane scettico. Pronunciare la parola “genocidio” avrebbe rappresentato un duro colpo ai rapporti tra i due paesi, ma il suo intervento in proposito non è sembrato decisivo nel contribuire a smuovere le cose. Aram Hamparian, direttore dell’Armenian National Commitee of America ha subito protestato ufficialmente, affermando che il presidente ha “mancato un’occasione storica per mantenere le promesse della campagna elettorale”(11). Dall’altra parte la sua dichiarazione non è stata sufficiente a mettere nuova pressione su Ankara affinché riapra le frontiere con l’Armenia, unico vero modo per sbloccare le trattative. 


Conclusioni

Appare quindi evidente che le reazioni ed i commenti alla visita di Obama in Turchia siano per la maggior parte positivi. Dalla riaffermazione della Turchia come paese europeo, alla riapertura al dialogo su temi caldi di politica estera, tutti argomenti che hanno contribuito a recuperare i rapporti tra i due paesi che si erano decisamente raffreddati soprattutto negli ultimi anni del secondo mandato di Bush.

Senza quindi tenere conto delle note negative che pure sono state evidenziate, come la scarsa partecipazione degli Stati Uniti nel tentativo di risolvere i conflittuali rapporti tra Ankara e Yerevan, anche sugli altri aspetti di maggiore convergenza la situazione ancora langue. L’impressione è che la visita di Obama abbia effettivamente segnato uno spartiacque nelle linee di politica estera degli Stati Uniti nei confronti della Turchia e dell’intera area del Vicino e Mdio Oriente, ma che molto rimane da fare per passare dal simbolismo della visita ad un reale riallineamento dei paesi. Obama ha sicuramente ridato parecchio credito alla presidenza americana e al suo paese, ma per recuperare efficacemente la Turchia come alleato strategico degli Stati Uniti e spingerlo con maggiore forza tra le braccia degli europei, appare chiaro che ci vorrà molto di più di quanto sia stato detto, ma soprattutto fatto, fino ad ora. 






(1). http://www.turkishstudies.it/?q=node/83
(2). http://newsweek.washingtonpost.com/postglobal/needtoknow/2009/03/turkish_perspectives_on_george.html
(3). Ibidem
(4). http://newsweek.washingtonpost.com/postglobal/needtoknow/2009/04/turkish_hopes_high_for_obamas.html
(5). Ibidem
(6). Ibidem
(7). http://newsweek.washingtonpost.com/postglobal/needtoknow/2009/04/obamas_turkish_successes.html
(8). Ibidem
(9). Ibidem
(10). Ibidem
(11). http://www.nytimes.com/2009/04/07/world/europe/07prexy.html?_r=1&ref=europe





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