Occasional Papers Series - Num.16/2009 (Luglio 2009)

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Il percorso riformista della Turchia*

Stefano Torelli
Luglio 2009

Con gli emendamenti al Codice di Procedura Penale dello scorso giugno, Ankara ha fatto un altro passo avanti nel campo delle riforme interne, in materia di rapporti tra l’Esercito e le istituzioni politiche. Ciò potrebbe avvicinare la Turchia all’Unione Europea, che ha sempre criticato proprio il ruolo ambiguo ricoperto dai militari in Turchia. Sebbene si debbano ancora compiere altre riforme, Ankara continua in questo processo, dando l’esempio a tutti gli altri attori regionali in Medio Oriente.
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Le riforme

La Turchia si sta muovendo sempre di più verso una democratizzazione completa, con l’obiettivo di entrare nell’Unione Europea, tramite il proprio programma di riforme interne, volte anche a ridefinire i rapporti tra il potere politico civile e quello della classe militare. Alla fine dello scorso giugno, un passo in più verso questa direzione è stato rappresentato da alcuni emendamenti agli articoli del Codice di Procedura Penale, in modo particolare l’articolo 3 e l’articolo 250. Il primo stabilisce che, d’ora in poi, nessun civile può essere processato dalle corti militari, in nessun caso e per nessun tipo di reato, cosa che prima era invece possibile. Nell’emendamento all’articolo 250 si stabilisce invece una norma all’inverso di quella precedente, ossia che d’ora in avanti i militari accusati di crimini contro la Corte Costituzionale, la Difesa Nazionale e i segreti di Stato, dovranno essere giudicati da tribunali civili e non più da corti militari. Si tratta di due cambiamenti epocali per la storia della Turchia e per i rapporti tra militari e politica, che da sempre caratterizzano il Paese e per cui l’Unione Europea ha sempre criticato Ankara, facendo notare che si trattasse dell’unico Paese in Europa in cui ancora vigevano norme che permettevano il giudizio da parte di tribunali militari per reati commessi da civili. Si delinea un nuovo braccio di ferro tra l’attuale partito al potere, l’AKP del Primo Ministro Recep Tayyip Erdogan e l’Esercito da un lato e l’opposizione nazionalista dall’altro. I maggiori partiti di opposizione, il CHP (Partito Repubblicano del Popolo, quello fondato da Mustafa Kemal) ed il MHP (Partito del Movimento Nazionalista), infatti, hanno criticato gli emendamenti e annunciato il ricorso presso la Corte Costituzionale. Ciò è a testimonianza di quanto sia ancora spinosa la questione delle relazioni tra l’Esercito ed il panorama politico-istituzionale in Turchia.

Lo stesso Esercito, negli ultimi anni di potere dell’AKP, è sembrato adattarsi con fatica al nuovo ambiente nazionale, con un partito di ispirazione islamico-moderata che sta portando avanti delle riforme strutturali che possano permettere ad Ankara di accedere a pieno titolo all’Unione Europea. Ciò nella misura in cui tali cambiamenti potrebbero andare a colpire direttamente gli interessi della classe militare nel Paese, tradizionalmente abituata ad interferire negli equilibri interni ed a modificarne gli andamenti, determinando così in ultima istanza la stabilità della Turchia o meno. Del resto, i primi cambiamenti in tal senso si erano già avuti lo scorso inverno, nel momento in cui il Primo Ministro Erdogan aveva annunciato un pacchetto di riforme che assegna nuovi poteri agli organi di natura politica e civile in tema di lotta al terrorismo interno e di pattugliamento delle aree periferiche e rurali del Paese (il riferimento era chiaramente quello alla presenza delle sacche di guerriglia di matrice curda del PKK, che aveva ricominciato a portare a termine numerosi attentati contro obiettivi turchi in territorio turco). In quell’occasione, Erdogan ha disposto la creazione di un nuovo Sottosegretariato per la Sicurezza interna, dipendente non dal Ministero della Difesa e dello Stato maggiore, ma da quallo degli Interni; inoltre si è attuata una piccola rivoluzione in seno al Corpo di Gendarmeria, tradizionalmente preposto al controllo delle aree rurali, che prevede che il suo Comandante non sia più scelto, come era sempre stato, tra i Generali delle Forze Armate.


I passi ancora da compiere

I cambiamenti appena descritti segnano un momento importante nel processo di civilizzazione dell’apparato statale turco. Gli effetti dell’eccessiva influenza della classe militare sulla vita politica erano stati nuovamente evidenti nell’estate scorsa, allorchè si andò molto vicini allo scioglimento dell’AKP da parte della Corte Costituzionale, con l’accusa di mettere a repentaglio il carattere secolare e laico della Repubblica turca. In quell’occasione si era trattato di un processo molto simile a quello che, nel 1997, aveva portato all’esautorazione dell’allora Primo Ministro Necmettin Erbakan, in quello che è stato poi definito un “Colpo di Stato post-moderno”. Così come di Colpi di Stato da parte dell’Esercito ve ne sono stati altri tre: nel 1960, 1971 e 1980. Nel luglio del 2008, infine, la Corte Costituzionale ha deciso di assolvere l’AKP, anche conscia del caos che avrebbe comportato la messa al bando di un partito che, con il 47% delle preferenze, era stato confermato l’anno prima come l’unica vera forza politica rilevante della Turchia e di cui fanno parte non solo i Ministri dell’Esecutivo, ma anche lo stesso Presidente della Repubblica, Abdullah Gul. La Corte Costituzionale, comunque, assolse il partito con un solo voto di scarto, dando così l’impressione di volere dare un monito all’AKP circa le reali possibilità di un suo scioglimento in futuro. Anche per questo motivo Erdogan sta accelerando il processo che potrebbe portare la Turchia ad essere un Paese completamente democratizzato e privo di minacce interne alla propria stabilità. Ciò anche per evitare crisi come quella del 2001, in cui una discussione accesa tra l’allora Presidente Ahmet Necdet Sezer e il Primo Ministro Bulent Ecevit provocò le paure internazionali circa un nuovo momento di instabilità politica e di presa del potere da parte dei militari, che si tradusse nel ritiro di circa 10 miliardi di dollari in valuta estera dalla Turchia in pochi giorni, fino a provocare una recessione (-8%) senza precedenti.

Per evitare che il Paese possa ancora cadere in balia di tali dinamiche perverse, è necessario che si proietti un’immagine quanto mai stabile e sicura della Turchia nel contesto regionale ed internazionale. Vi è ancora un grande ostacolo da rimuovere per Erdogan in questo senso, rappresentato dalla permanenza della Legge sulle Forze Armate (Internal Service Law) che definisce il ruolo e i compiti dell’Esercito e che, all’articolo 35, dà all’Esercito, in opposizione all’autorità politica civile, il compito di proteggere e vegliare sulla patria turca e sulla Repubblica della Turchia, come stabilito dalla Costituzione. Questo articolo, retaggio del Colpo di Stato militare del 1960, di fatto dà alle Forze Armate il diritto di intervenire direttamente nella vita interna turca, anche in contrapposizione alla stessa autorità politica democraticamente eletta, e di effettuare un vero e proprio Colpo di Stato. La scoperta della rete Ergenekon, organizzazione segreta accusata di cospirare contro l’attuale governo e di cui fanno parte molti esponenti del monmdo militare, ha dimostrato che vi è ancora in Turchia una tendenza a prendere il potere tramite colpi di mano, abilmente preparati tramite l’instaurazione di un clima di tensione, caratterizzato da attentati e minacce alla pubblica sicurezza. Se da un lato, dunque, Erdogan sta spingendo affinchè tutte le riforme in materia di rapporti tra Stato ed Esercito vadano nel verso indicato da Bruxelles (e, probabilmente, l’unico possibile per la completa democratizzazione della Turchia), dall’altro le resistenze sono ancora forti. Queste si manifestano in due differenti modi: l’opposizone politica all’AKP, che tenta di far perdere popolarità al partito di governo tramite il boicottaggio delle riforme, e quella dei militari, reticenti a rinunciare ai privilegi attuali e in difficoltà nell’adattamento al nuovo ambiente politico turco.


Uno sguardo più ampio

A ben guardare, ciò che sta prendendo piede in Turchia non è però soltanto il tentativo di riforma interna di un Paese che vuole avvicinarsi alle democrazie occidentali fino a fare parte dell’Unione Europea. I cambiamenti in atto ad Ankara potrebbero davvero assumere le caratteristiche di vere e proprie rivoluzioni sistemiche e strutturali, rappresentando così una svolta epocale rispetto a tutto il mondo mediorientale. I Paesi politicamente e strategicamente più influenti nel Grande Medio Oriente, dall’Egitto alla Siria, fino al Pakistan, sono infatti realtà fortemente caratterizzate dalla presenza dei militari ai livelli più alti delle strutture statali. Lo stesso Stato di Israele, sicuramente il Paese più occidentalizzato dell’area, ha una fortissima tradizione militare, come dimostrato dall’autorevolezza che ex uomini dell’Esercito assumono anche in campo politico e dal fatto che il mezzo militare è quello tramite il quale Israele esercita di più la propria proiezione verso il mondo esterno. Ankara sembra invece andare nella direzione opposta, ponendosi come un modello da seguire per gli altri attori regionali.

A tale proposito, è curioso seguire l'evoluzioni del panorama interno turco, in rapporto a quelle in atto nell’altro grande Paese non arabo e molto influente della regione mediorientale: l’Iran. Nel momento in cui Ankara sembra aver intrapreso la strada della civilizzazione delle proprie istituzioni interne, tentando di togliere ai militari quel peso preponderante che hanno sempre avuto nel decidere le sorti del Paese, Teheran sembra andare nella direzione opposta. La pesante militarizzazione del regime degli Ayatollah è indicativa dell’insicurezza del regime, così come i cambiamenti promossi da Erdogan in Turchia sono incoraggiati dalla fiducia che l’AKP ha nel proprio peso politico, dimostrato dalla volontà degli elettori. La Turchia punta dunque a diventare il Paese più importante dell’area e sta lanciando dei segnali forti all’Europa da un lato e agli altro attori mediorientali dall’altro, cercando l’integrazione nell’Unione Europea e, d’altro canto, tentando di trainare gli altri Paesi della regione.


Conclusioni

Quello in atto in Turchia è un processo che va avanti da alcuni anni, volto a rivedere il ruolo dell’Esercito all’interno del sistema istituzionale del Paese e a togliere ai militari il potere di deciderne le sorti. Erdogan sta portando avanti le riforme forte dell’appoggio esterno dell’Unione Europea e, a livello interno, di un conenso che non ha precedenti nella storia della Turchia, se non altro per la sua durevolezza e stabilità. Sulla base di tali elementi di supporto, il Primo Ministro potrebbe imprimere la svolta necessaria affinchè il Paese diventi completamente democratizzato; ciò a beneficio anche della dinamicità politico-economica interna e con lo scopo di rafforzare sempre di più quel ruolo, già parzialmente conquistato, di attore regionale dominante. Da tale posizione Ankara potrebbe avere la capacità di giocare una parte imprescindibile in tutti i processi regionali.





*Le opinioni espresse nel presente saggio rappresentano l'interpretazione dell'autore e non riflettono necessariamente quelle di ICTS.
L'articolo è stato originariamente pubblicato da Equilibri.net
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