Occasional Papers Series - Num.18/2009 (Settembre 2009)

occpap05-08

Turchia - Israele: un matrimonio d’interesse per un equilibrio politico regionale*

Francesco Saverio Ojetti
Settembre 2009

L'Alto rappresentante per la politica estera e di sicurezza dell'Ue Javier Solana, mentre si apprestava lo scorso 15 settembre, ad aprire i lavori della seconda giornata del Consiglio Affari generali e relazioni esterne a Bruxelles, con i ministri degli Esteri dei ventisette, annunciava la prossima riunione tra l'Iran ed i cinque membri permanenti del Consiglio di sicurezza dell'Onu, più la Germania, indicando senza mezzi termini la Turchia come possibile sede dell’incontro. Il nodo del nucleare come bandolo della matassa mediorientale, sarà con molta probabilità al centro dell’agenda dei lavori, mentre la scelta della Turchia come sede dell’incontro, potrebbe essere invece l’occasione giusta per consolidare il ruolo strategico e centrale di Ankara nelle politiche mediorientali all’indomani dell’investitura ufficiale del Paese ad autorevole mediatore politico nella crisi israelo-palestinese, con la Siria e gli altri paesi arabi moderati.
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Israele e Turchia, corsa alle alleanze per scongiurare i rischi d’isolamento internazionale

Le dure dichiarazioni del premier turco Recep Tayyp Erdogan dello scorso febbraio dal palco del Forum economico mondiale di Davos, nei confronti del governo israeliano, reo del pesantissimo intervento militare su Gaza del Dicembre 2008, appartengono ormai alla storia di una particolare situazione politica regionale ma soprattutto alle contingenze della politica interna turca (si era infatti alla vigilia delle elezioni locali del 29 marzo 2009, che si presentavano come vero e proprio test sulla tenuta dell’AKP, partito islamico moderato del premier Erdogan, per gli analisti già da tempo in forte calo di consensi). Una strigliata all’opinione pubblica di maggioranza filo palestinese, con un atteggiamento di connivenza all’operato di Gerusalemme, non avrebbe che peggiorato la conduzione di una già particolarmente delicata partita. Ma si è trattato di una mossa istintivamente politica, avvalorata nel suo valore strategico, dalla riconferma dell’AKP al banco delle Amministrative, come partito di Governo, seppure con un tiepido successo.

Dunque la solidità delle relazioni con Israele non avrebbe che accennato ad una leggera battuta d’arresto, ma oggi, per la geopolitica della regione, molto più interessante è la sensazione sempre più diffusa sul ruolo che Ankara può svolgere in tutta l'area, con la sua capacità di dialogo con tutte le parti in causa e come mediatore attendibile non solo per Israele stessa, ma anche per Hamas, i Paesi arabi (moderati o meno), gli Usa e l’Europa. Erdogan, in una fase di debolezza strutturale dello Stato israeliano e dei suoi rapporti con l’America di Barack Obama, intende regionalizzare la relazione bilaterale con Israele anche per favorire il nesso tra la Turchia e la Federazione Russa, che ha ogni interesse a sostenere la pressione iraniana sugli Usa e sull'Ue, per favorire il suo gas e il suo petrolio.

Per la Turchia è di fondamentale importanza inoltre la questione dell’acqua con Israele. L'accordo per il trasporto via mare di acqua dolce, potrà avere effetti strategici rilevanti e non soltanto a livello bilaterale, se permetterà un flusso di capitali stabile tra i due Paesi. Ma, per la Turchia Israele è un interlocutore fondamentale in primo luogo in materia di sicurezza, consolidata dall’alleanza militare lanciata con gli accordi del 1996, che hanno rappresentato una svolta nell’ambito dello status della sicurezza regionale, in anni in cui Ankara era particolarmente isolata per la sua lotta al terrorismo curdo, sotto un vero e proprio attacco indiretto da parte della Siria e dell’Iran, e sulla questione armena, sancita ultimamente, grazie alla pressione di lobby siro-americane, dalla rinuncia di Washington a sostenere affermazioni inaccettabili per l’orgoglio nazionale turco, come l’uso della parola “genocidio”. A sua vola la Turchia gioca un ruolo importante per Israele per scongiurare quell’isolamento regionale che di fatto sempre più si sta realizzando e per la sua preziosa attività di mediazione diplomatica con i propri interlocutori arabi (Siria, Iran e Hamas), proprio perché paese musulmano. La forza della Turchia potrebbe dunque annidarsi da un lato, nel fatto di essere riuscita a tessere tutta una serie di relazioni nella regione che l’hanno invitata oggi ad assumere una posizione di centralità tra Israele e gli altri paesi mediorientali, ma dall’altro, l’accusa di una deriva islamista nella profonda natura del partito di maggioranza AKP e del premier Erdogan, proprio per quella troppo sottile vicinanza all’Iran di Ahmadinejad e ai gruppi arabi radicali palestinesi come Hamas, è ancora lungi dall’essere sdoganata. Ma non si può non prendere atto che ad oggi Ankara, resta il principale fattore capace di poter contribuire seriamente ad una stabilizzazione di molte delle logiche regionali, come mediatore credibile laddove altri stati, vuoi per motivi culturali, sociali o storici, non possono assurgere. Parole di apertura per il ruolo da protagonista che la Turchia sta ritagliandosi nella regione, sono giunte anche dall’intransigente Francia di Sarkozy da sempre contraria ad un suo possibile ingresso in Europa, ma nella quale Ankara si sente di appartenere di diritto. La Turchia, ed Israele lo sa bene, tra le oltre 50 nazioni a maggioranza islamica, la sola ad essere membro della NATO, è inoltre al centro di uno scacchiere internazionale dove si giocano e si giocheranno importantissime partite politiche, come Caucaso ed Asia Centrale, ma soprattutto quelle che metteranno in campo la questione delle rotte energetiche, tema centrale nel dibattito economico locale. La Turchia è dopotutto storicamente l'unico forte alleato di Israele nella regione, essendosi schierata in ogni circostanza a fianco di Tel Aviv contro i tentativi di aggressione degli Stati arabi prima, e le azioni di stampo terroristico poi, sul suo territorio. Questo rapporto preferenziale ha consentito ad Ankara di godere del sostegno di tutte le forze politiche israeliane, dal Likud all’estrema destra, dai laburisti al partito Kadima, per quanto riguarda la riapertura del dialogo con Damasco, con cui oggi è sempre più forte l'intesa e l’intenzione comune di rafforzarla.



Il doppiogioco di Ankara che guarda ad Occidente ma stringe alleanze militari con Iran e Siria

La solidità delle relazioni della Turchia con Israele si è sempre svolta, almeno negli ultimi sessant’anni, su un asse triangolare con gli USA. Ma oggi, per l’Israele dell’incertezza nelle relazioni con l’America del dopo Bush e di Barack Obama, la Turchia resta al momento una forza capace di promuovere una nuova fase di percezione culturale della questione ebraica e fare accettare di diritto Israele come parte integrante del panorama geopolitico regionale, surclassando quell’influenza americana, positiva o negativa che fosse, in Medio Oriente.

Tra il premier israeliano Benjamin Netanyahu ed il Presidente statunitense Barack Obama c’è dissonanza su molti, forse troppi, fronti, senza considerare le diverse appartenenze politiche. Obama pare pronto a cadere nella trappola in cui molti dei suoi predecessori sono finiti, quella di pensare di poter stabilire i tempi ed i contenuti della pace tra Israele e Palestina e di forzare la mano sulla questione degli insediamenti israeliani in Cisgiordania, al momento vero nodo centrale della questione, il cui congelamento tanto richiesto, è stato invece definitivamente escluso dalle ultime secche dichiarazioni dello stesso premier israeliano. Dissonanza su temi centrali della questione israelo-palestinese dunque, come sul ruolo di Hamas e sulla forte rivalità interna tra le diverse fazioni. La questione nucleare è poi un capitolo a parte che, con tutta probabilità, comporterà una asserragliamento radicale di tutti gli attori sulle proprie posizioni. Washington insiste nel voler rafforzare il ruolo del Trattato di Non Proliferazione nucleare (TNP), che negli ultimi anni ha perso vigore, incitando così chiaramente Israele (al fianco di India e Pakistan) ad aderire. Tel Aviv però teme, e non lo nasconde, quella possibilità che gli Stati Uniti cerchino di creare una sintonia fra le richieste presentate all’Iran di Mahmud Ahmadinejad (circa la sospensione dell’arricchimento dell’Uranio) ed eventuali richieste ad Israele stesso, circa il suo programma. Così la Turchia, non distante dall’America ne tantomeno dall’Iran, assicurerebbe ad Israele un solida contromisura politica anche per le sue posizioni più decise e radicali. Da qui potrebbe allora derivare quella inedita fisonomia del Premier Erdogan, da equilibrista abile, a passeggio sulla corda della diplomazia cauta per non cadere nella palude di alleanze isolanti e controproducenti. Il riavvicinamento di Ankara a Teheran, iniziato nel 2002 e proseguito sino ad oggi, fa comunque sorgere forti dubbi sul fatto che la Turchia possa prendere le parti degli Stati Uniti nella gestione della questione nucleare con l’Iran. Non si dimenticano le parole del premier Erdogan lo scorso dicembre a Washington, quando affermava che “i paesi che si oppongono all’arma nucleare iraniana dovrebbero a loro volta non averne”. Le ultime uscite turche in campo della cooperazione militare regionale con Siria e Iran (per quanto riguarda il Kurdistan), in una sorta di doppio gioco con Israele, lasciano intanto increduli i vertici militari israeliani, scettici in merito ad un possibile posizionamento della Turchia in caso di conflitto tra Israele e Iran o tra Israele e Siria e li spingono a rivedere a loro volta i termini di ogni collaborazione militare. I trattati di cooperazione strategica con l'Iran e la Siria dunque, potrebbero apparire come prove inconfutabili del deciso cambio di rotta turco, il cui governo è forse troppo asserragliato dietro atteggiamenti abilmente diplomatici, in particolare quelli del falco degli esteri Ahmet Davutoglu, su cui è risposta particolare fiducia a livello regionale ed internazionale, da prendere una posizione netta ed indiscutibile. Certo è che la posizione di Ankara pregiudica non poco i desideri della nuova amministrazione americana di trovare un punto di incontro tra Israele da una parte ed Iran e Siria dall’altra, con magari la Turchia in una posizione centrale cauta e super partes.


Conclusioni

Ankara ed il premier Recep Tayyp Erdogan nella questione palestinese e nell’attivismo diplomatico in essa dimostrato, paventano comunque una solida ambizione di fondo logica e più che mai attuale: la necessità di uscire definitivamente da una posizione d’isolamento regionale e d’incertezza internazionale e farsi protagonisti delle questioni politiche della regione e non solo, anche a costo di promuovere scelte scomode ed in controtendenza con quelle degli alleati o dei governi possibili tali. Un ruolo di primo piano dunque, nell’intricata questione israelo-palestinese, che, se gestita con cura, permetterà alla Turchia di muovere in autonomia le fila dei molti e differenti attori che cavalcano oggi il palcoscenico mediorientale.





*Le opinioni espresse nel presente saggio rappresentano l'interpretazione dell'autore e non riflettono necessariamente quelle di ICTS.
L'articolo è stato originariamente pubblicato da Equilibri.net
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