Occasional Papers Series - Num.17/2009 (Settembre 2009)

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Turchia e minoranza curda: alla vigilia di una svolta epocale?*


Matteo Monti
Settembre 2009

Il 15 agosto scorso riccorreva il venticinquesimo anniversario dall’inizio delle ostilità tra il Partito Curdo dei Lavoratori (PKK) e la Repubblica Turca. Il bilancio di un quarto di secoli di attentati e repressione sarebbe di quasi 40 mila morti. La situazione sembra tuttavia essere arrivata in prossimità di uno storico punto di svolta, dato il parziale ammorbidimento nelle rispettive posizioni dei due rivali. 
Notevoli sarebbero le implicazioni di un miglioramento dei rapporti tra lo Stato turco e la minoranza curda, tanto sul piano interno quanto su quello regionale ed internazionale.

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Una situazione in mutazione

All’inizio del mese d’agosto, il Primo Ministro Erdogan ha colto di sorpresa la Turchia annunciando una politica di apertura democratica nei confronti della minoranza curda, che costiturebbe circa il 20% della popolazione del paese.  I deludenti risultati delle ultime elezioni amministrative, che hanno visto una significativa diminuzione dei voti raccolti dall’AKP nel sud est del paese, dove i curdi costituiscono la maggioranza della popolazione in 13 provincie della regione, a discapito del Partito per la Società Democratica (Demokratik Toplum Partisi - DTP), il partito nazionalista curdo, potrebbero aver indotto  il partito al governo a concepire una strategia di largo respiro per ricucire lo strappo con una parte significativa dell’elettorato (secondo alcune stime circa 15 milioni di turchi sono di etnia curda).

Secondo l'Economist, la proposta lanciata del Premier si articola intorno a tre assi principali:
  • rimozione delle barriere legali che impediscono ai canali televisivi turchi di trasmettere più di 45 minuti al giorno in lingua curda;
  • introduzione dell’insegnamento della lingua e della letteratura curda all’interno delle università;
  • abrogazione di quegli articoli del codice penale turco che impongono il carcere per i minorenni curdi sospettati di collaborare con il PKK. 
Il ministro degli interni Beşir Atalay  ha dichiarato che la proposta di legge dettagliata verrà presentata in parlamento nel mese di ottobre, e che cercherà di prendere in considerazione tutte le proposte che in queste settimane stanno emergendo dalla società civile (associazioni, ONG...) e dai partiti politici. 

Il messaggio di Erdogan ha bruciato sul tempo la scadenza che si era dato in maggio Abdullah Ocalan: il leader del Partito dei Lavoratori del Kurdistan (Partiya Karkerên Kurdistan - PKK) si era riproposto di consegnare alle autorità turche, entro la fine del mese d’agosto, un manifesto contenente i punti essenziali di una road map per arrivare ad una pace duratura. Il documento, non è ancora stato reso pubblico; in ogni modo,  secondo alcune indiscrezioni riprese dalle principali testate turche (Hurriyet, Sabah), tra le richieste del leader curdo spiccherebbero l’apertura di un tribunale per fare luce sulle pagine più buie del conflitto tra stato e separatisti, un’amnistia incondizionata per i membri del PKK, il trasferimento di poteri verso le autorità locali, come del resto sancito nella Costituzione Turca e l’apertura alla partecipazione alla vita politica di tutti i partiti politici attualmente messi all’indice.

Ocalan, nonostante gli anni di esilio e di carcere, gode ancora di dell’autorità necessaria per far accettare la sua proposta dai membri del PKK: nonostante le dichiarazioni belligeranti di alcuni dei comandati più intransigenti, la base e i principali esponenti del gruppo separatista - considerato una formazione terrorista daStati Uniti e Unione Europea - sembrano disposte a seguire il loro leader. Illuminante a riguardo una dichiarazione rilasciata il 2 giugno da Cemil Bayik, uno dei principali comandanti del PKK: “ il nostro movimento ha già ottenuto tutto ciò che si poteva ottenere attraverso la lotta armata, e la guerra non è certamente utile allo stato turco. E’ arrivato il momento di trovare una soluzione pacifica”.



Delle implicazioni notevoli

Le implicazioni che potrebbero scaturire da un reale cambiamento nei rapporti tra Stato turco e minoranza curda sono davvero notevoli, e potrebbero dare luogo a cambiamenti importanti tanto sul piano interno quanto sul piano regionale ed internazionale. 

In primis, una svolta di tipo conciliatorio permetterebbe all’AKP di riguadagnare il terreno perso nei confronti del DTP nella regione del sud est:  l’AKP è passato dall’ottenere un 52% delle preferenze nelle elezioni politiche del 2007, a totalizzare un ben più magro 38,2% durante le consultazioni amministrative di marzo 2009.  Indubbiamente, ha giocato contro il partito di governo la circostanza di non aver  messo in atto alcuna seria riforma volte a garantire il pieno riconoscimento dell’identità curda, promessa fatta dal Premier  Erdogan durante la campagna elettorale precedente le elezioni del  2007. Va da sé che l’approvazione di provvedimenti  che vanno in questo senso non potrà che risultare benefica per l’AKP in termini di voti nella regione. 

Il processo d’ammodernamento che la Repubblica Turca ha deciso d’intraprendere per potersi garantire l’accesso all’Unione Europea è un altro fattore rilevante da prendere in considerazione. Sembra scontato che esso  subirebbe indubbiamente una gradita  accelerazione in seguito all’approvazione di un piano di apertura nei confronti della minoranza curda.  Bruxelles non ha mai mancato di sottolineare, nei suoi report annuali sulla situazione delle negoziazioni con Ankara, le mancanze anche molto gravi in materia di rispetto di diritti umani e delle minoranze; non sorprende dunque l’accoglienza positiva che la Commissione Europea ha riservato all’apertura del Premier Erdogan: recentemente,  il Commissario Europeo per l’Allargamento Olli Rehn si è dichiarato “favorevolmente colpito” dall’iniziativa turca, augurandosi che “ vengano compiuti passi importanti per assicurare i diritti culturali e linguistici di tutti i turchi”. 

Spostandoci sul piano internazionale, l’impatto della campagna portata avanti dalla Turchia avrà (e in alcuni casi sta già avendo) ripercussioni sui tre paesi confinanti con una forte minoranza curda al loro interno:  Siria, Iraq e in misura inferiore Iran.
La Siria, patria di circa 1.650.000 curdi (9% della popolazione totale) ha avuto un atteggiamento sempre piuttosto tollerante nei confronti della minoranza. Il ministro degli Affari Esteri Turco Ahmed Davutoglu, si è recato di recente in visita a Damasco ed ha avuto modo di spiegare le grandi linee del piano di democratizzazione turco alla autorità siriane: sembrerebbe che alcuni membri del partito Baaht abbiano espresso il timore che le richieste dei curdi residenti sul suolo turco possano essere riprese anche dai curdi che vivono in Siria o in Iran, e condurre ad una destabilizzazione della regione.  Il ragionamento siriano sembra comunque sottostimare l’importanza che rivestirebbe sul piano della sicurezza l’estromissione del PKK ( obbiettivo ultimo del piano Erdogan ) dallo scenario politico della regione, di cui sicuramente beneficerebbe anche Damasco.

In Iraq, il Governo Regionale del Kurdistan  vede indubbiamente di buon occhio la mossa di Ankara, e sembra appoggiarla in maniera decisa anche in seguito ai buoni rapporti che si sono venuti instaurando con il governo turco, soprattutto in materia di cooperazione militare.  Una dichiarazione ufficiale di Nechirvan Barzani, il Primo Ministro dell'Amministrazione Regionale del nord Iraq, ha espresso la sua soddisfazione per il progetto di Erdogan, sottolineando come “l'unica vera soluzione al problema curdo sia una soluzione pacifica”.  Una presa di posizione importante, anche in vista di un possibile rafforzamento della cooperazione energetica  tra la Repubblica Turca e l'Iraq.


Conclusioni

La proposta di democratizzazione portata avanti dal governo dell'AKP è indubbiamente molto innovativa.  Sembra importante comunque ricordare che Erdogan non è il primo politico turco a tentare di ricucire lo strappo tra minoranza curda e stato; altri prima di lui, come Turgut Ozal o Mesut Yılmaz, avevano imboccato l'impervio cammino, senza giungere alla meta. Il quadro politico è sicuramente cambiato rispetto all’epoca, ma la resistenza al cambiamento è ancora molto forte.

Le reazioni dei membri dell’opposizione ci danno un idea di questo rifiuto:  il leader del Partito del Movimento Nazionalista (MHP) Devlet Bahceli ha affermato che con questa decisione “il governo vuole mettere sullo stesso piano il nostro esercito e i terroristi del PKK”. Ma le critiche più aspre sono arrivate da  importanti esponenti dell’establishment militare, vera anima kemalista della Repubblica Turca, che hanno espresso preoccupazioni  sui risvolti negativi che l’iniziativa intrapresa dall’esecutivo potrebbe avere sull’unità del Paese. Inoltre, la lotta dell'esercito turco contro il PKK non si arresta: solo nelle ultime settimane sono stati uccisi 8 soldati turchi nelle montagne di Hukkara, sud est del paese. 





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