Occasional Papers Series - Num.15/2009 (Luglio 2009)

occpap05-08

Tempo di aggiungere la lettera T alla sigla BRICs*

Giulia Gullotti
Luglio 2009

Quando si guarda ad Oriente per investire nei mercati emergenti generalmente si tende a focalizzare l’attenzione su Cina, India e Russia, rischiando di dimenticare un paese in forte crescita e a rilevante potenziale come la Turchia. La Repubblica fondata da Ataturk sembra ormai avere tutte le carte in regola per aggiungere la propria iniziale alla sigla BRIC (Brasile, Russia, India, Cina). Non è un caso che, con una popolazione di circa 70 milioni con un età media 29 anni ed un'economia di mercato in costante sviluppo, la Turchia si presenti come una formidabile opportunità di mercato per le aziende italiane.
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Boom di investimenti italiani nel 2009

La Turchia è un mercato molto vasto di 70 milioni di abitanti, nonché la più grande economia emergente dopo i cosiddetti BRIC, acronimo con cui la Goldman Sachs definì nel 2003 le economie di Brasile, Russia, India e Cina. Per questo motivo è divenuta sempre più un obiettivo per gli investimenti di numerose multinazionali, in particolare quelle orientate a cogliere le opportunità del mercato locale (si tratta quindi in larga parte di investimenti in servizi e non di delocalizzazioni). Investire nel territorio turco significa, inoltre, puntare su un’area cruciale per entrare nei mercati di Medio Oriente, Caucaso e Asia Centrale.

Investire in Turchia sembra essere diventata, per l’imprenditoria italiana, una vera e propria scelta strategica. Benchè la difficile congiuntura internazionale abbia provocato una riduzione degli investimenti diretti esteri in Turchia da parte del resto del mondo, Roma ha registrato dati in netta contro-tendenza. Nei primi due mesi del 2009 si è avuta infatti una crescita esponenziale degli IDE italiani diretti in Turchia, con un aumento del 53% rispetto all'anno scorso. La Turchia, che rappresenta il terzo partner commerciale dell’Italia secondo i dati ICE è, infatti, una destinazione importante per molte aziende italiane quali Pirelli, Unicredit, Barilla, Benetton, Cementir, Enel, Fiat, Indesit, Perfetti. Nel 2008, inoltre, l'Italia è risultata prima nella graduatoria dei Paesi esteri che si sono aggiudicati contratti banditi da amministrazioni pubbliche turche, per un ammontare di 783 milioni di dollari, con Astaldi e Ansaldo (Gruppo Finmeccanica), del settore ferroviario, che hanno fatto la parte del leone.


La scelta strategica di investire in Turchia

La Turchia è sempre stata al centro di un’area di forte importanza strategico–commerciale, oggi accresciuta grazie al peso raggiunto dalla Turchia a livello internazionale. L’età media della popolazione turca si aggira intorno ai 29 anni (in Italia 42) e come tutti i paesi molto giovani ha una forte propensione al consumo di beni di prima necessità, ma soprattutto quelli voluttuari. I prodotti italiani, insieme a quelli tedeschi (meccanica e auto) sono, infatti, in cima alla lista dei desideri dei consumatori turchi. Numerose imprese italiane sono presenti nel paese, il quale del resto, da tempo, si è rivelato ottima meta d’affari.

Situata in una posizione privilegiata, al centro del nodo strategico che salda l'Europa al Medio Oriente, nell'ultimo decennio ha avuto un processo di evoluzione tale che ha consentito il passaggio da un'economia essenzialmente agricola artigianale, ad una economia industrializzata, integrandosi sempre di più con i Paesi della UE. Da tempo (gennaio 1996) la Turchia è inoltre entrata far parte dell'Unione Doganale con UE per effetto della quale sono stati eliminati tutti i dazi sugli scambi dei beni non agricoli con l'Unione Europea. Esistono poi le cosiddette Zone Franche, trattate come extraterritoriali sia ai fini fiscali che doganali, che offrono interessanti opportunità di investimento. Non a caso lo Stato turco risulta essere il principale partner commerciale dell'Unione Europea. E l'Italia, preceduta solo dalla Germania, risulta essere partner privilegiato, al secondo posto nell'esportazione verso la Turchia e quarto Paese come importatore.

Il segreto di partnership economica italo-turca risiede nel fatto che l'Italia e la Turchia presentano una struttura economia molto simile e nello stesso tempo complementare. Alcuni grandi conglomerati locali coesistono con un tessuto composto da numerose piccole e medie imprese, spesso orientate all’export, le quali trovano nelle PMIs italiane degli interlocutori flessibili e dinamici nei settori di loro prioritario interesse (tessile ed abbigliamento, pelletteria, auto, agricolo). Il partner italiano offre capitali e tecnologia nel settore tessile e nell'abbigliamento, automobilistico e agricolo, nella pelletteria e nel mobilificio, mentre le imprese turche sono forti nella manodopera specializzata locale e in una capillare conoscenza dei mercati, soprattutto di quelli limitrofi dell'Asia Centrale (repubbliche turcofone, Afganistan e Iraq). Da quando la Fiat avviò, nel 1968, la prima joint-venture ad oggi, la presenza italiana in Turchia si è progressivamente consolidata, arrivando a raggiungere l’attuale cifra di circa 7.180 aziende italiane, provenienti soprattutto da Lombardia (zona Egeo-Smirne), Veneto (zona Est-Gaziantep) ed l'Emilia Romagna (zona Cilicia in Anatolia). La presenza italiana rispecchia la geografia economica turca con una parte Occidentale del paese molto industrializzata ed orientata ai servizi, ed una parte orientale maggiormente dedita all’agricoltura.


I settori target

In tale contesto, gli operatori italiani si trovano in una posizione di vantaggio poiché l'Italia, che detiene una quota di mercato dell’8% non é considerata solo un partner commerciale di prima grandezza, ma anche un modello culturale e di sviluppo da imitare. Inoltre, la Turchia rappresenta un interessante mercato di sbocco soprattutto per le nostre forniture di beni strumentali che sfruttano una consolidata complementarità, dal momento che l’Italia fornisce la tecnologia per migliorare la produzione nei settori trainanti (tessile ed abbigliamento, pelletteria, auto, agricolo).

Come settori target, sicuramente quello dell’auto è uno dei più interessanti poiché giovane e con dei tassi di crescita impressionanti, ma anche la meccanica e la meccanica di precisione sono molto importanti per il mercato italiano. Il tradizionale settore del tessile e abbigliamento sta soffrendo, come in Italia, un profondo processo di ristrutturazione provocato dalla concorrenza asiatica a basso costo. Altro settore molto forte, e compatibile con le eccellenze italiane, è l’agroalimentare.

Gli storici rapporti d’affari tra Italia e Turchia hanno portato ad un parallelismo anche dal punto di vista dello sviluppo economico, tale per cui i maggiori settori industriali e commerciali italiani corrispondono a quelli turchi. L’Italia deve guardare alla Turchia sia per vendere che acquistare merce. I turchi, grazie alle profonde somiglianze culturali, posso diventare ottimi partner in acquisizioni e joint venture. Secondo alcuni esperti di Confindustria, la Turchia offre anche giuste opportunità di nicchia per chi le sa cogliere e, nell’ottica di diventare membro dell’Unione Europea, sta promuovendo progetti e disponendo incentivi fiscali e accordi quadro soprattutto per il settore delle energie rinnovabili.


Analisi SWOT

Tramite l’analisi SWOT (Strenghts, Weaknesses, Opportunities , Threats) possiamo analizzare l’attrattività e le potenzialità del mercato turco, al fine di valutare i punti di forza, debolezza, le opportunità e le minacce di un piano di investimenti in Turchia.

Punti di forza: Popolazione giovane, risorse umane con esperienze internazionali, alcuni settori industriali altamente sviluppati, quali il settore IT e telecomomunicazioni, l’elettronica, il tessile e l’auto. Punti debolezza: limitata spesa in ricerca e sviluppo (R&D) nel sistema educativo, pochi incentivi e supporto finanziario per il sostegno dell’industria e l’innovazione, ridotto coordinamento fra università, aziende e altri enti per la realizzazione di progetti.

Opportunità: membership europea, posizione geografica strategica e prossimità a risorse energetiche. Incentivi fiscali e finanziari del Governo. Non esistono impedimenti agli investimenti esteri diretti nè limitazioni alla partecipazione di capitale estero a società turche. Esistono degli incentivi fiscali e finanziari agli investimenti concessi dal Governo turco.

Minacce: Difficoltà a mantenere risorse umane qualificate in loco di fronte all’attrattiva posta da paesi europei e Stati Uniti, instabilità politica dei paesi vicini alla Turchia.


Conclusioni

L'incremento dell'attrattività del mercato turco è confermata dall'aumento del numero delle imprese italiane in Turchia, che dal 2004 ad oggi sono cresciute di oltre 290 unita', raggiungendo quota 696 imprese, ovvero il 3,2% del tessuto imprenditoriale totale, e uno stock che supera i 3,8 miliardi di euro. La strada da intraprendere per le imprese italiane, in questa congiuntura economica, è quella non solo di continuare a credere nella strategicità del mercato turco (dodicesimo mercato per l’esport dell'Italia e undicesimo per saldo attivo) partecipando con più attivismo in alcuni settori molto rilevanti per lo sviluppo futuro della Turchia (protezione ambientale, tecnologie per il restauro e il territorio, infrastrutture, energie rinnovabili, ecc.), ma soprattutto approfittare della debolezza della Lira Turca per effettuare investimenti diretti commerciali o produttivi, che consolidino la presenza in questo mercato. Nel breve volgere di qualche stagione- intorno al 2011-12- la congiuntura mondiale sarà auspicabilmente diversa, e aver operato in maniera lungimirante consentirà all'Italia di posizionarsi ancor meglio alla ripresa del ciclo mondiale.





*Le opinioni espresse nel presente saggio rappresentano l'interpretazione dell'autore e non riflettono necessariamente quelle di ICTS.
L'articolo è stato originariamente pubblicato da Equilibri.net
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